TENZONE AUREA 2024

Borgo San Panfilo ad Ascoli Piceno per il Campionato Nazionale F.I.Sb.

Sulmona, 6 settembre 2024. Sono partiti questa mattina i ragazzi del Gruppo Musici e Sbandieratori del Borgo San Panfilo di Sulmona in direzione Ascoli Piceno, città che quest’anno ospiterà la Tenzone Aurea 2024, il massimo campionato nazionale F.I.Sb. per gruppi storici. La città marchigiana, in occasione dei festeggiamenti del settantennale della Quintana di Ascoli Piceno, si trasformerà, per i prossimi tre giorni nella capitale nazionale delle bandiere, dei tamburi e delle chiarine con i 21 gruppi di musici e sbandieratori più forti d’Italia che si sfideranno sul campo di gara e a gareggiare in Piazza del Popolo e in Piazza Arringo ci sarà anche il Borgo San Panfilo di Sulmona, unica compagine abruzzese e una delle pochissime del Centro-Sud tra le partecipanti.

La Tenzone Aurea avrà ufficialmente inizio questa sera con la cerimonia di apertura e presentazione dei gruppi, con un corteo che si snoderà lungo le strade del centro storico di Ascoli Piceno fino a giungere a Piazza Arringo. Domani mattina, dalle 08:00 l’inizio delle gare eliminatorie con le Specialità di Singolo e di Grande Squadra e Musici; i primi classificati nelle specialità della mattinata, domani sera si contenderanno il podio nelle gare finali.

Domenica mattina, invece, sempre dalle 08:00, è la volta delle gare eliminatorie delle Specialità Coppia e Piccola Squadra e, anche in questo caso, i primi classificati delle specialità gareggeranno la sera nelle finali. Domenica sera, al termine di tutte le gare, verrà data lettura della classifica finale “Combinata” che decreterà il gruppo di Musici e Sbandieratori Campione d’Italia e le compagni retrocesse nella Tenzone Argentea 2025. I Cigni del Borgo San Panfilo saranno impegnati sabato alle ore 09:00 con il Singolo di Michael Forte, alle ore 10:30 con il Singolo di Matteo Scelli e alle 11:20 con la Grande Squadra e Musici; mentre, domenica, alle ore 08:32 la Piccola Squadra, alle ore 09:20 la Coppia Filippo Ficorilli e Michael Gasbarro e alle 10:30 la Coppia Michael Forte e Matteo Scelli.

“È una Tenzone Aurea che ci tocca molto sul lato emotivo e sentimentale – commenta il Capitano del Borgo San Panfilo e Responsabile del Gruppo Musici e Sbandieratori Filippo Ficorilli – sia perché torniamo ad affrontare un campionato nazionale ad Ascoli Piceno a 14 anni dall’ultima volta, in quel caso, nel 2010, fu la Tenzone Bronzea e fu il primo campionato in assoluto a cui partecipammo, sia perché nel corso di questi anni Ascoli è diventata per noi una seconda casa, abbiamo stretto molti rapporti e legami con i sestieri di casa che ci hanno sempre accolto nella maniera migliore possibile e di conseguenza gareggiare su quelle piazze ci farà sicuramente un certo effetto. È stato un anno di duro lavoro, abbiamo affrontato tante difficoltà, dagli infortuni dell’ultimo momento al meteo che nelle scorse settimane non ci ha aiutato, ma, del resto, tutto questo fa parte del gioco.

La soddisfazione e l’onore di partecipare per il quinto anno consecutivo alla Tenzone Aurea supera ogni difficoltà. Sarà senza dubbio un campionato molto complicato, ma tutto il gruppo si è allenato duramente, i ragazzi saranno pronti ad ogni evenienza, porteranno esercizi competitivi e, soprattutto, metteranno tutti il cuore nel campo di gara. E il mio ringraziamento va a loro per i sacrifici che fanno, per la dedizione con cui si allenano tutto l’anno, togliendo spazio al loro tempo libero per il bene del Borgo San Panfilo e questo mi inorgoglisce incredibilmente.

Colgo l’occasione anche per ringraziare i tanti soci e i tanti sostenitori che verranno questo fine settimana ad Ascoli per far sentire il loro supporto e il loro calore ai ragazzi in gara; li ringrazio a nome di tutti perché so già che si faranno sentire. Siamo, poi, onorati di poter rappresentare e onorare, con questa manifestazione, la Città di Sulmona e la Giostra Cavalleresca in campo nazionale. La speranza è che questo possa essere un campionato che ci porti soddisfazione riuscendo a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, sappiamo che sarà dura, ma non ci siamo mai spaventati davanti a nulla e non ci spaventeremo neanche questa volta”.

Sarà possibile seguire in diretta le gare del Gruppo Musici e Sbandieratori del Borgo San Panfilo sulla pagina Facebook della F.I.Sb. Federazione Italiana Sbandieratori sia sabato 7 settembre che domenica 8 settembre dalle ore 08:00.

Questi i ragazzi del Borgo San Panfilo che parteciperanno alla Tenzone Aurea 2024 di Ascoli Piceno:

Sbandieratori:

Di Cosmo Marco

Ferrara Francesco

Ficorilli Filippo

Forte Michael

Gasbarro Michael

Maggi Francesco

Pagliaro Ettore

Scelli Matteo

Tronca Samuele

Trotta Alessandra

Marsicola Lorenzo

Monterisi Giuseppe

Scelli Marco

Tronca Daniele

Virtuoso Alessandro

Musici:

Iacobucci Alice

Petracca Alissa

Salutari Andrea

Salutari Bianca

Ferrara Federica

Foglietta Gaia

Giammarco Chiara

Giammarco Francesco

Iacobucci Arianna

Leombruni Doriana

Leombruni Mariachiara

Susi Francesca

Villani Denise

Villani Lisa

Gonfaloniere:

Bebri Sara




ANEMONE EPATICA

Chieti, 6 settembre 2024. Il nostro Luciano Pellegrini al 19° Concorso Internazionale di Poesia inedita Dedicato a… Poesie per ricordare per la Giornata Mondiale della Poesia. La Aletti Editore, dopo aver visionato i componimenti giunti in redazione, ha deciso di inserire Luciano Pellegrini tra gli autori che possono contendersi la vittoria di questa prestigiosa edizione, con la poesia Anemone Epatica. Il riconoscimento con: elogio e menzione di merito

ANEMONE EPATICA

Nel bosco

Ancora coperto dalle foglie secche

Dell’autunno scorso

Il tuo colore blu  

Colpisce gli occhi

Con i sei petali brillanti                                                                                                                   

O Anemone                                                                                                                       

Emozionato Ti ho accarezzato                                                                                                      

E ti ho parlato                                                                                                                              

Il profumo umido del terreno                                                                                                       

Per un momento                                                                                                                          

Mi ha allontanato                                                                                                                      

Dalla mia estasi                                                                                                                             

La originale figura della foglia                                                                                                        

 Che somiglia ai lobi del fegato                                                                                                       

Mi ha risvegliato                                                                                                                             

Per seguitare a parlare con te.

Luciano Pellegrini




IL COSTUME POPOLARE DI ORTONA NEL SETTECENTO

Motivi di una ricerca

[Pubblicazione di Cercone Franco, Il Costume popolare di Ortona nel Settecento, Ed. Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq.) 2005. Con 7 riproduzioni]

Può sembrare incomprensibile in un’epoca come la nostra, dominata da “mode”massificate, una ricerca sull’antico costume popolare di Ortona. Tuttavia le perplessità svaniscono quando si riflette sulla circostanza che anche le fogge di vestire fanno parte della cultura materiale di un gruppo sociale e secondo P. Toschi esse rappresentano addirittura i reperti più preziosi e significativi dei Musei Etnografici, di recente sorti un po’ ovunque in Abruzzo.

Definiti da B. Tartaglia “strumenti di conoscenza della vita di un territorio”, i costumi popolari sono diventati simboli di una identità svaniti dal nostro orizzonte culturale circa sessant’anni fa, anche se in alcune località abruzzesi – si pensi per esempio a Scanno – essi persistono ancora sfidando l’azione logorante del tempo.

All’indomani del secondo conflitto mondiale, quando Ortona andava ricostruendo lentamente la sua immagine sconvolta dai drammatici eventi bellici, era ancora possibile nei giorni di mercato riconoscere la provenienza di qualche donna del contado in base al costume indossato o ad alcune sue componenti, come per es. il corpetto, il grembiule o il fazzoletto bianco sistemato sul capo.

Non altrettanto può dirsi del costume maschile. Infatti già nel 1853 il Dorotea sottolineava ne “Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato”, a proposito del costume maschile di Castel di Sangro, che “l’abito degli uomini non merita alcuna riflessione, essendo lo stesso nella maggior parte degli Abruzzi”[1].

In questo livellamento che investe l’abito maschile, puntualmente registrato dallo storico di Villetta Barrea, si coglie un processo di omologazione cui non è estraneo il fenomeno dell’emigrazione stagionale, il quale se è vistoso nella pastorizia transumante, si avverte in area frentana anche in alcune attività agricole, come per esempio nella mietitura, oppure artigianali. Così nel luglio del 1809 sono presenti a Cansano e Campo di Giove mietitori di Crecchio e Arielli, che seguono dal piano fino ai territori montuosi dell’interno la graduale maturazione del grano e di altri cereali, mentre “mastri bottai” di Ortona sono attivi in area peligna, dove verso la metà del XVIII secolo si verifica con l’introduzione del Montepulciano una vera e propria rivoluzione ampelografica, i cui benefici effetti si proietteranno nell’intera Regione.

Di rilevante interesse è poi l’annotazione dei “regi pittori” che nel 1791, come vedremo in seguito, ritraggono ad Ortona un uomo ed una donna in costume tradizionale. In base ad informazioni attinte in loco essi scrivono infatti che “gli abitanti di Ortona vanno a coltivare la terra dello Stato Pontificio, dove trasportano alcuni beni alimentari”.

La diffusione dei “panni carfagni”, prodotti per lo più a Taranta Peligna e Montorio al Vomano, accelerano quel fenomeno che abbiamo chiamato di “omologazione” del vestito maschile e che porta alla fine alla perdita della sua identità, ancora marcata – come vedremo in seguito – nel corso del XVIII secolo.

Al pari di tutte le altre località costiere, anche ad Ortona convivevano due fogge di vestire: quella contadina, che era preminente per essere la popolazione dedita maggiormente all’agricoltura[2], e quella “marinara”, una dicotomia storica questa di cui il trabocco costituisce una efficace sintesi semantica.

Il Politi, riferendosi ad un periodo ascrivibile all’ultimo ventennio dell’800, ci offre per Ortona il seguente quadro del vestiario marinaro: “Il copricapo era un berretto di lana (rossa o scura), con un bel fiocco che pendeva sulla spalla sinistra e un vistoso orecchino d’oro sulla spalla destra. Come pure bottoni, spesso a doppia fila (ricavati con antiche monete borboniche), e fermagli d’argento fissavano la camicia, giacca (di lana o velluto), panciotto e calzoni; lino o lana bianca per le calze; fibbie d’argento per le scarpe. Per ovviare ai rigori invernali l’indumento usuale e più economico era costituito dal mantello a tutta ruota, dalla palandrana (o zimarra) per i più abbienti” [3].

Per quanto concerne il Costume femminile ortonese occorre notare che le differenze fra i ceti rurali e marinareschi non dovevano risultare consistenti. In tale sede tuttavia vanno sottolineate le vistose diversità fra l’abito descritto dal Politi (riferibile all’ultimo ventennio dell’800) e quello riprodotto dai regi pittori Antonio Berotti e Stefano Santucci nel 1791. Con qualche precisazione, tuttavia, a proposito della mandisìme, che descritta dal Politi nel modo seguente, richiama l’immagine di tale parte del vestiario disegnata dai regi pittori: “la mandisìme, tessuto di tela o di lino che, applicato sul davanti, era tenuto fermo da un nastro le cui estremità giravano dietro la schiena per annodarsi sul ventre. Il quale nastro, raccordati i lembi posteriori del busto con quelli del dorso (incrociandosi), passava sulle spalle ricongiungendosi al busto stesso sul petto, e si otteneva così un fiocco elegante e sfarzoso (lu balème)” [4].

Indossato nei momenti festivi o più significativi del “ciclo dell’anno e della vita”, il costume femminile – a differenza di quello maschile – era realizzato al telaio che troneggiava in un angolo della casa contadina come un santo nella sua nicchia.

Anche se l’abito femminile, come “fatto culturale”, non poteva sottrarsi a processi innovativi che talvolta si presentano vistosi, come per esempio a Scanno, nell’arco di una stessa generazione, la fedeltà a forme tradizionali e ad aspetti cromatici di alcune sue componenti costituiva una tendenza costante che permetteva comunque di individuare una località e talvolta anche un gruppo etnico ad essa appartenente.

È il caso questo, delle fogge albanesi di Villa Badessa, completamente diverse da quelle di Rosciano, nel cui tenimento fu trasferita da Carlo III di Borbone nella prima metà del XVIII secolo una colonia di tale popolazione balcanica.

L’identità socio-culturale rappresentata preminentemente dalle fogge femminili, più conservative e tradizionali rispetto a quelle maschili, svanisce lentamente nel periodo compreso fra le due guerre mondiali e per quanto concerne Ortona il fenomeno si coglie nelle immagini fotografiche scattate in occasione delle celebri Maggiolate, nei carri allestiti nelle Feste dell’uva oppure in occasione di particolari ricorrenze religiose, soprattutto quella del Perdono.

Anche se in bianco e nero, tali immagini lasciano intravedere costumi del tutto diversi da quelli finora esaminati e fanno insorgere il dubbio che alcune componenti del vestiario, da non molto tempo passate in disuso, vengano etichettate come “tradizionali” oppure appartenenti ad una foggia di vestire ascrivibile alla seconda metà dell’800. A tale foggia pertanto occorre dare un pur fugace sguardo per comprenderne le trasformazioni subite nel corso del Novecento.

Infatti insieme ad altre località abruzzesi, fra cui Scanno, Castel di Sangro e Pettorano sul Gizio, Ortona possiede un modello del costume popolare risalente alla prima metà dell’Ottocento.

A differenza però delle località citate, le cui fogge apparvero sul Poliorama Pittoresco[5], il disegno del costume maschile e femminile di Ortona, in bianco e nero, apparve in un periodico edito a Chieti alcuni anni prima dell’Unità d’Italia e di esso occorre parlare in modo da porre in risalto le sue profonde differenze, sia sotto l’aspetto strutturale che cromatico, rispetto a quello disegnato dai regi pittori Berotti e Santucci nel 1791.

Il costume popolare di Ortona dalla seconda metà dell’800 alle “Maggiolate”.

Nell’Album Pittorico Letterario Abruzzese, pubblicato a Chieti nel 1859, apparve un breve saggio di Francesco Bruni dal titolo Costumi Ortonesi [6], corredato del costume maschile e femminile di Ortona disegnato da un artista, Raffaele Del Ponte, di cui non siamo riusciti a rinvenire notizie biografiche.

Il disegno [in appendice] è costituito da una sorta di “trittico” in cui il personaggio femminile è colto di prospetto e di spalle ed è completato dal personaggio maschile, cioè un “marinaio” ortonese in abito festivo.

Diciamo subito che il disegno di Raffaele Del Ponte fu riprodotto da Teodorico Marino nel saggio Gli antichi costumi ortonesi, apparso in un volume miscellaneo commemorativo pubblicato nel 1929 e dal titolo Decima Maggiolata Abruzzese. Ortona a Mare 26 maggio 1929 – A. VII, di cui fu “concertatore e direttore” Guido Albanese.

Il Marino non cita, forse volutamente, né l’autore del disegno, cioè Raffaele Del Ponte, e né Francesco Bruni e scrive in modo assai vago di aver rinvenuto l’immagine del costume ottocentesco ortonese “in una vecchia incisione di un giornale di un secolo dietro, Album Pittorico Letterario Abruzzese (Anno I, n° 3) di cui non si hanno più tracce”, affermazione questa che, come si è visto, non risponde a verità.

Noi non seguiremo pertanto il saggio di T. Marino, perché esso costituisce in più punti una pedissequa ripetizione del testo di Francesco Bruni, di cui soltanto terremo conto in seguito. Va ascritto tuttavia al Marino il merito di aver registrato puntualmente il trionfo nel 1929 della Maggiolata, manifestazione – come egli sottolinea – che aveva avuto “il merito piacevolissimo di aver fatto rivivere gli antichi costumi ortonesi che giacevano nascosti e dimenticati nelle cassapanche delle nostre case avite”.

Di conseguenza, sottolinea giustamente il Marino, “prima che gli ultimi avanzi delle vecchie gonne e dei corpetti si disperdano col volgere degli anni, le nostre Maggiaiuole, dopo la celebrazione del rito canoro, dovrebbero offrire in omaggio le loro vesti di autentica antichità al Museo Civico”.

L’appello del Marino restò purtroppo inascoltato ma resta nei nostri auspici il ripristino della Maggiolata, come chiariremo meglio in seguito.

Tuttavia i costumi indossati dalle “Maggiaiuole”, cioè dalle figuranti che partecipavano alle celebri Maggiolate, tutto erano ad onor del vero che “antichi” e lo dimostrano le immagini fotografiche in bianco e nero scattate sia in occasione delle Maggiolate che durante altre manifestazioni, come per esempio la “festa dell’uva” [in appendice]. Esse ci mostrano infatti gruppi di figuranti che indossano costumi l’uno diverso dall’altro e che comunque rappresentano una lenta evoluzione delle fogge disegnate nel 1859 da Raffaele Del Ponte.

Dalle immagini fotografiche delle maggiolate e delle feste dell’uva, alle quali partecipavano carri allestiti anche nel contado di Ortona, risulta innanzitutto che era scomparso il modo caratteristico di portare – come scriveva F. Bruni nel 1859 – “il capo all’impazzata, ciò è dire co’ capelli avviati tutti allo indietro, dove raccolti in una treccia, a più capi o in due trecce, li dispongono a spira…Nel far la treccia, girano con l’un dei capi un nastro rosso, verde, o nero, che son segnacoli dello stato maritale, nubile e vedovile”.

Questo nastro è ben visibile nel citato disegno di Raffaele Del Ponte (Ortona 1859), cioè nella figura femminile posta al centro del “trittico”, ma è del tutto assente nella donna riprodotta nel 1791 dai regi pittori Berotti e Santucci [cfr. immagine di copertina], la quale non ha capelli a treccia e porta sul capo la classica magnosa (dallo spagnolo manyossa), cioè un “panno da testa” o “fazzoletto” per lo più bianco comune a molte fogge di vestire nel Regno di Napoli e perciò detta magnosa neapolitana [7].

Dalla magnosa, in auge nel XVII secolo, deriva probabilmente lo strapizzo (o trapizzo), elemento dell’abbigliamento femminile che soprattutto dalla prima metà del ‘700 inizia ad indicare due capi del vestiario completamente differenti, anche sotto il profilo sociale. Infatti documenti notarili del XVIII secolo, pubblicati di recente da Nicola Fiorentino, parlano specialmente in riferimento ai centri della Valle dell’Aventino di : “Uno trapizzo seu cappatore per la testa”; di un “faccioletto da capo, ossia  trapizzo”; di “due trapizzi,  o siano fazzoletti da testa in uso sia per i giorni festivi (ed in tal caso risultavano merlettati o aggraziati da trine, dette anche pezzelle o pezzilli) che feriali, come si evince da un altro rogito in cui si parla di “tre trapizzi ordinarj d’ogni giorno[8].

Come sottolinea il Fiorentino il trapizzo (o strapizzo) indica pertanto – almeno nell’area del medio corso del Sangro e nei centri dell’Aventino – un “fazzoletto quadrato, ma ripiegato in diagonale”, in uso presso il mondo rurale. Tale fazzoletto non ricopriva tuttavia le spalle e la parte superiore del petto, ma era poggiato sulla testa e trattenuto sui capelli da una sorta di spillone.

In Ortona invece – e presumibilmente anche nel suo entroterra – lo strapizzo indicava una diversa componente dell’abito femminile, che alla luce dei documenti iconografici superstiti, è diffusa nella prima metà dell’800 presso i ceti sociali borghesi e non rurali e copriva a mo’ di piccolo scialle le spalle ed il petto, ma non la testa.   

Infatti se si osservano attentamente le due figure femminili riportate (recto e retro) da Raffaele Del Ponte nel 1859, nonché l’abito del personaggio maschile (marinaio) che completa il trittico, si ha la netta impressione che non si tratta di fogge tradizionali in uso presso i ceti popolari, bensì di veri e propri vestiti di moda riscontrabili ad Ortona presso le classi egemoni dell’epoca. Ne fa fede l’elemento del vestito femminile, cioè lo strapizzo, ben messo in evidenza nel disegno di Raffaele Del Ponte ed a proposito del quale il Bruni osserva: “Questo ornamento, che in buona lingua diremmo gala, le nostre chiamano strapizzo, che in generale significa fazzoletto quadro, scompartito in due con taglio diagonale”.

È quanto sottolinea nel 1929 anche il Marino, il quale scrive: “Al collo e sulle spalle (le donne) avevano un pizzo di seta o di lino bianco, liscio od operato, di ricami o di colori gai; il pizzo si estendeva anche al dorso, mentre le due estremità erano raccolte davanti al busto, al di sotto dei seni che sorgevano liberi sul loro taglio. Questo ornamento, che si diceva di gala, era chiamato strapizzo”.

Rispetto al costume settecentesco, quello del secolo successivo (nè poteva essere altrimenti) appare dunque completamente mutato nella struttura e nelle singole componenti, ma ha conservato, come scrive il Bruni, “il zinale o zinaletto, che in altri luoghi d’Abruzzo chiamano parnanza”.

La rappresentazione del personaggio maschile nel disegno del 1791 [in copertina] lascia insorgere il dubbio che i regi pittori Antonio Berotti e Stefano Santucci abbiano avuto per “modello” un contadino, come dimostra il cappello a larghe tese, e non un “marinaio”, come quello riprodotto da Raffaele Del Ponte nel 1859, il cui abbigliamento presenta molte affinità con la descrizione effettuata da A. Politi e che si riferisce all’ultimo ventennio dell’800.

Nel commentare il disegno di R. Del Ponte, Francesco Bruni notava nel 1859 che “il marinaio ortonese copre il capo di un berretto di lana rossa, turchina, bigia od anche nera, con in fondo una nappa che qui chiamano fiocco; cotal nappa pende sulla spalla sinistra”. Inoltre i marinai, prosegue il Bruni, indossano una “giacchetta di lana o di velluto, con ottonatura doppia o scempia a ciascun petto, fatta con pezzi di quattro o sei carlini d’argento. Il panciotto anch’esso ha le bottonature fatte con tari d’argento[9], dove s’abbottonano al ginocchio per poi affibbiarsi con fermaglio d’argento. Le calzette hanno di lino, di lana, e di seta bianche”. Inoltre “dall’orecchio destro ciondola un grossissimo orecchino d’oro diversamente foggiato”.                    

Il Politi sottolinea a proposito degli orecchini che fino agli ultimi decenni dell’800 “ce n’erano a forma di dondolo (campanule a festoncino con stelline annodate), di minuscoli panieri (le cestarelle) o di un ampio cerchio d’oro (le chierchje). Le collane risultavano piuttosto lunghe: a più giri intorno al collo (nastri rossi e verdi infilati a palline di corallo alternate a sferule d’oro: le còcchele), o pendenti fin oltre metà vita (lu lacce)”[10]. 

Una collana “a più giri intorno al collo” è proprio quella che spicca nella figura femminile disegnata da Berotti e Santucci nel 1791 [in copertina]. Questa indossa orecchini d’oro di forma difficile da individuare, che sembrano abbozzati anche nelle orecchie del personaggio maschile, a conferma di quanto scrive il Politi secondo cui “fino agli ultimi decenni del secolo (XIX) qualche anziano portava ancora minuscoli orecchini”[11].

Il Costume popolare di Ortona, disegnato dai “regi pittori”, fu completato nei suoi aspetti cromatici da Giacomo Milani nella Real Fabbrica di Porcellana a Napoli, secondo le indicazioni fornite da Berotti e Santucci. La foggia risale sicuramente alla metà del XVIII secolo, periodo in cui tutte le componenti dell’abito maschile e femminile si erano già cristallizzate nelle forme in cui appaiono nella gouache conservata a Palazzo Pitti a Firenze. Si tratta dunque della fonte iconografica più antica, una vera e propria foto a colori ante litteram che noi conosciamo e da considerarsi pertanto come prototipo, anche se precedenti e significative varianti potrebbero scaturire da ex voto pittorici conservati in qualche santuario situato in Abruzzo o altrove (si pensi per esempio a Casalbordino, a Monte S. Angelo, a San Nicola di Bari, a Loreto Marche ecc.), meta di frequenti pellegrinaggi da parte della devota popolazione ortonese.

Tuttavia è il costume disegnato da Berotti e Santucci, date le finalità per cui fu realizzato, che merita qualche riflessione. Infatti sulla scia di una tradizione da tempo consolidata, Ortona vanta uno dei più importanti cori abruzzesi che presenta un ricco repertorio di canti popolari. Poiché il costume indossato dalla Corale Ortonese nelle sue esibizioni non ha alcun rapporto gestaltico e cromatico con le antiche fogge locali, l’immagine dell’abbigliamento maschile e femminile realizzata ad Ortona nel 1791 costituisce un importante documento storico, un modello cui ispirarsi e che va fedelmente riprodotto pur con l’impiego di differenti tessuti offerti dall’odierna industria tessile.

A tal fine l’Amministrazione Comunale di Ortona potrebbe servirsi del locale Istituto Professionale per l’Industria e Artigianato che annovera fra i suoi corsi anche quello di Sarta per Moda, creando così un raccordo fra tale Istituzione Scolastica ed esigenze socio-culturali cittadine, che in altre occasioni è risultato assai fruttuoso.

Ferdinando IV di Borbone e la “Real Fabbrica di Porcellana” a Napoli.

Nel Novembre del 1782 si svolse a Napoli presso la Real Fabbrica di Porcellana un singolare concorso patrocinato dallo stesso re Ferdinando IV e riservato ad artisti che operavano per lo più nella Fabbrica di Porcellana. Costoro dovevano ritrarre una giovane Luciana, cioè una donna del quartiere di Santa Lucia, nei suoi abiti caratteristici, assai apprezzati e noti sotto il profilo cromatico nonché per la ricchezza e fantasia degli ornamenti.

Si ritiene che il vero ispiratore del concorso sia stato il marchese Domenico Venuti, direttore artistico della Real Fabbrica dal 1779 ed ideatore del progetto “per l’assegnazione a due pittori dell’incarico di documentare con i loro pennelli i vari modi di vestire degli abitanti del regno”[12], da riportare poi sui servizi di porcellana prodotti nella Real Villa di Portici.

Questa era stata fondata da Ferdinando IV nel 1772, con sede prima a Portici e poi trasferita nel Real Palazzo a Napoli[13].

Fu “Sua Maestà Ferdinando IV in persona” a scegliere ed a rendere noto, l’11 dicembre 1782, il nome dei due pittori fra i tanti che avevano partecipato al concorso, e cioè Alessandro D’Anna e Saverio Della Gatta, due artisti assai noti nella capitale del Regno “nel settore della riproduzione dei costumi”.

Per motivi a noi sconosciuti Saverio Della Gatta rinunciò tuttavia all’incarico e venne sostituito da Antonio Berotti, cognato di Alessandro D’Anna.

Con “regal determinazione” di Ferdinando IV fu assegnato ai due pittori una paga mensile la cui diversa entità costituiva il riflesso delle quotazioni sul mercato dei due artisti[14].

A Berotti e D’Anna fu ordinato di partire subito per la loro missione ricognitiva, cosa che avvenne il primo febbraio del 1783 e dunque due mesi dopo lo svolgimento del famoso “Concorso”.

Su precisa indicazione di re Ferdinando IV e forse del direttore della Real Fabbrica di Porcellana, Domenico Venuti, i due artisti ebbero l’incarico di visitare i paesi del regno nei quali le fogge di vestire risultassero di grande interesse stilistico e cromatico, e di riprodurre solo i “semplici contorni dei costumi, perché il compito di colorare le varie componenti del vestiario, sulla base dei dati forniti dai due regi pittori, fu affidato dal re a Giacomo Milani, direttore dei Pittori della Real Fabbrica di Porcellana.

Dal febbraio del 1783 fino al mese di giugno di tale anno D’Anna e Berotti operarono in Terra di Lavoro e già alla fine di febbraio del 1783 trasmisero al Direttore della Real Fabbrica a Napoli i primi guazzi, chiamati “figurine” e riproducenti solo il costume femminile. Appena portati in visione di Ferdinando IV, il re ordinò subito ai due pittori “che in avvenire non lascino di comprendere nello stesso quadretto il modo di vestire e degli uomini e delle donne dello stesso paese[15].

Non si conoscono i motivi per cui la missione dei due artisti si interrompesse per circa due anni e mezzo. Tuttavia, quando essa riprese nel gennaio del 1786 in provincia di Salerno, era avvenuto che il giovane pittore Stefano Santucci, stipendiato con 20 ducati al mese, aveva sostituito Alessandro D’Anna, sicché la coppia Antonio Berotti e Stefano Santucci è quella che per circa “15 anni, fra soste ed interruzioni varie”, visitò molte località per ritrarre le vestiture più caratteristiche del regno.

Non staremo a seguire le difficoltà che i due regi pittori dovettero affrontare durante le loro “peregrinazioni”. Diciamo subito – ed è ciò che in tale sede interessa – che la ricognizione di Berotti e Santucci nella nostra Regione iniziò nell’Abruzzo Ulteriore nel dicembre del 1789, anno memorabile della Rivoluzione Francese[16].

Data la rigidità del clima e l’impraticabilità delle strade che all’epoca, scriveva il De Sterlich, “non le farebbe nemmeno un diavolo col dolor di ventre”, si intuisce che i regi pittori poterono iniziare la loro attività nel Teramano solo all’inizio della primavera del 1790, per proseguirla in Abruzzo Citra ed in Molise nel periodo 1791-1793 con interruzioni dovute al loro frequente rientro a Napoli. Risale infatti al 1794 l’ordine di Ferdinando IV impartito a Berotti e Santucci di recarsi in Calabria Ultra per ritrarre le “vestiture” più significative di tale regione[17].

L’itinerario seguito dai due pittori negli Abruzzi non ci è noto. Tuttavia è possibile ipotizzare che essi lasciassero l’Abruzzo Ulteriore I, comprendente allora il Teramano con tutto il territorio posto sulla riva sinistra del Pescara, e pervenissero in Abruzzo Citeriore. L’ultimo costume disegnato fu forse quello di Schiavi d’Abruzzo, come suggerisce la “Carta delle località abruzzesi visitati dai Regi Pittori” tratta dal citato volume Napoli – Firenze e ritorno [Carta  riprodotta in appendice].

Per quanto concerne la parte della fascia costiera frentana e del suo immediato entroterra, che in tale sede interessa, i Regi Pittori ritrassero le fogge di Ortona, Casalbordino, Mozzagrogna, e Paglieta.

Le località indicate nella Carta devono intendersi tuttavia in senso restrittivo, in quanto i paesi visitati da Berotti e Santucci furono certamente di più rispetto a quelli riportati sulla Mappa. Come sottolinea A. Carola-Perrotti, “non v’è dubbio che durante la campagna di ricognizione vennero eseguiti anche numerosi schizzi dei luoghi … e dopo il 1790, Berotti e Santucci devono aver inviato numerose vedute, …a ulteriore conferma della stretta connessione fra il tema dei costumi e quello delle vedute”, da utilizzare nei vari Servizi di porcellana prodotti nella Real Fabbrica di Napoli. Se ne ha conferma, prosegue la Carola-Perrotti, dall’inventario redatto nel 1807 a Napoli in occasione della chiusura della Real Fabbrica della Porcellana, quando appunto dopo la fuga di Ferdinando IV in Sicilia (23 gennaio 1806) fu redatto a cura del francese P. Chamboissier un elenco comprendente 84 disegni, 83 dei quali “passati a penna da Antonio Berotti” e relativi a vedute delle località visitate “ufficialmente” dai regi pittori per ritrarre le Vestiture[18].

Gli esempi che qui interessano riguardano:

  1. Due vedute di Atessa
  2. Tre vedute della Città di Ortona a Mare
  3. Una veduta della Città di Lanciano.

Di queste tre località i regi pittori ritrassero solo le vestiture di Ortona, almeno alla luce delle fogge di vestire che ci sono pervenute, ma non sono da escludere altre possibilità.

La più suggestiva ipotesi è che siano stati disegnati anche i costumi di Atessa e Lanciano; ma ritenuti forse a Napoli poco rappresentativi sotto il profilo cromatico o stilistico, essi sono stati messi da parte e col tempo si sono perse le loro tracce. 

Si vuol sottolineare in sostanza che è difficile immaginare Berotti e Santucci che sostano pur se brevemente ad Atessa e disegnino solo due vedute di questa località, tralasciando le fogge di vestire locali. Di altro avviso è invece la Masdea, la quale sostiene che “i due pittori inviati in ricognizione operarono una scelta prevedibile: ritrassero dove poterono, i costumi più belli, quelli più ricchi ed appariscenti”.

Come si è già detto, i regi pittori avevano solo il compito di realizzare il disegno dei costumi, indicando la coloritura delle loro componenti da eseguirsi nella Real Fabbrica da Giacomo Milani.

Secondo le “determinazioni reali”, i costumi così realizzati dovevano essere raffigurati sui servizi di porcellana prodotti nella Real Fabbrica, dei quali si intendeva rinnovare l’aspetto cromatico per far fronte alla porcellana d’importazione, soprattutto inglese. Tuttavia “ben presto il genere acquistò una sua completa fisionomia”[19]e lo stesso Ferdinando IV aveva compreso l’affaire, sulla scia dell’enorme richiesta delle figurine da parte dei viaggiatori europei che nell’ambito del Grand Tour sostavano a Napoli, “paradiso abitato da diavoli” come scrive Goethe nel suo Italienische Reise.

Il successo delle fogge di vestire era stato anticipato a ben osservare nel 1773 da Pietro Fabris, che aveva pubblicato a Napoli in collaborazione con Sir William Hamilton, Ministro plenipotenziario inglese accreditato presso la corte di Ferdinando IV, la fondamentale Raccolta di varii Vestimenti ed Arti del Regno di Napoli, ispirata a scene di vita popolare e dedicata allo stesso Hamilton[20].

Nell’interesse per i costumi tradizionali, fenomeno prettamente settecentesco, emergono aspetti culturali illuministici e nello stesso tempo preromantici che si colgono nel pensiero del direttore della Real Fabbrica di Porcellana, Domenico Venuti, e dello stesso Ferdinando IV, il quale in tale occasione tutto appare fuorché quel personaggio villereccio dipinto dalla storiografia post-risorgimentale.

L’intento del Venuti era innanzitutto quello di “distruggere l’abuso, che facevano i negozianti di stampe, di figure ideali[21], laddove gli scopi del Direttore della Real Fabbrica erano invece squisitamente scientifici ed etnografici.

Pertanto con la ricognizione dei regi pittori, sottolinea la Masdea, si dovevano documentare “le immagini degli abiti realmente indossati dagli abitanti” nelle varie province del Regno.

D’altro canto, nella concezione romantica del paesaggio come “stato d’animo”, che inizia a diffondersi nell’ultimo trentennio del XVIII secolo, la figura umana fa parte di questa Kunstanschauung ed offre al vedutismo una ulteriore connotazione di colore quando essa è colta nei mestieri tradizionali, nei momenti festivi e di svago, nonché nelle attività stagionali sui campi [22].

La richiesta continua – e non solo da parte dei Viaggiatori Europei – di quadretti raffiguranti le fogge tradizionali, sia come souvenir che a scopi ornamentali e decorativi, indussero il Marchese Domenico Venuti a chiedere l’autorizzazione a Ferdinando IV di “incidere a proprie spese le figurine dei costumi popolari, ma il re rifiutò il suo consenso” ed affidò la loro vendita in esclusiva a Vincenzo Talani, all’epoca notissimo commerciante di stampe. “Gli ordini – sottolinea ancora la Masdea – non vennero rispettati da un mercato molto vivace, in cui la richiesta dei costumi popolari era sempre più forte”, malgrado che Ferdinando IV emanasse nel 1795 un decreto in cui “si proibiva la stampa e la vendita di immagini di costumi popolari prodotti sia dentro che fuori del regno”.

Basti pensare che Bartolomeo Pinelli pubblicò a Roma la nota “Raccolta di cinquanta costumi li più interessanti delle città, terre e paesi in provincie diverse del Regno di Napoli”, la cui fortuna è attestata dalle due edizioni del 1814 e 1817.Tuttavia essa non era equiparabile al successo ottenuto dalla raccolta di incisioni di Raffaele Aloja, colorate da Giacomo Milani, che fu pubblicata più tardi nel 1832 dalla Stamperia Reale a Napoli ed in cui stranamente sono compresi i costumi di Mozzagrogna, Chieti, Casalbordino, Vasto, Schiavi d’Abruzzo, Pietra Ferrazzana e Castiglione Messer Raimondo ma non quello di Ortona, di cui ci accingiamo a parlare nel paragrafo seguente.

 Le tempere lorenesi ed il costume popolare di Ortona nel Settecento.

Come si è detto, il 9 dicembre 1789 il Preside di Teramo, capoluogo dell’Abruzzo Ulteriore I, ricevé un dispaccio reale da Napoli nel quale si preannunciava l’arrivo dei due regi pittori, Antonio Berotti e Stefano Santucci, per ritrarre le “vestiture” di questa regione del regno.

Nulla conosciamo in merito all’itinerario seguito dai due artisti, ma è probabile che essi abbiano raggiunto Teramo nella primavera del 1790 facendo il viaggio via mare da Manfredonia a Giulianova a causa della inesistenza delle vie di comunicazione e dato che i lavori di completamento della Real Strada di Fabbrica, nel tratto Pettorano-Roccavalloscura (Rocca Pia) erano iniziati – come ci informa il viaggiatore svizzero C. Ulisse De Salis Marschlins – “nel settembre del 1789” e dunque alcuni mesi prima del loro arrivo a Teramo [23]. L’ipotesi è avvalorata dalla circostanza che fra i disegni “passati a penna” da Antonio Berotti e di cui si è parlato in precedenza, sono annoverati una Veduta della Città di Giulianova in Abruzzo Ultra e Due vedute della Città di Manfredonia [24], località dunque visitate ai fini della ricognizione dei costumi da parte dei due regi pittori.

La “Carta delle località abruzzesi visitati dai Regi Pittori”, tratta dal citato volume Napoli – Firenze e ritorno, che abbiamo riportato in appendice, non deve trarre in inganno.

In essa non sono riportate località come Montorio al Vomano, Colonnella, Pietra Camela (da cui è stata ripresa forse la “Veduta di Montecorno, o sia Gran Sasso d’Italia”, ripassata a penna da Antonio Berotti) certamente visitate dai due regi pittori. Per cui si può ragionevolmente supporre che essi abbiano impiegato tutta la primavera e l’estate del 1790 a ritrarre le fogge dei paesi del Teramano segnati sulla “cartina” e poi da Pietracamela, attraverso pur impervi sentieri, abbiano raggiunto L’Aquila, data la breve distanza   intercorrente fra i due versanti del Gran Sasso.

Se la nostra ipotesi è esatta, il viaggio compiuto dai due regi pittori a Mascioni deve essere avvenuto in tale circostanza [25].

È nella primavera del 1791 che Berotti e Santucci hanno fatto probabilmente ritorno negli Abruzzi. La località dove per prima si recano a ritrarre le Vestiture è incerta, ma si può immaginare che sia stata Penne, come suggerisce la citata “Carta”, da dove si sono recati forse a Rosciano e quindi a Chieti, trampolino delle loro ricognizioni in Abruzzo Citra e in Molise. Se è incerto l’anno in cui i due pittori soggiornano ad Ortona (1791 oppure 1792), appare certo che entro il triennio 1791- 93 i due artisti ultimarono i loro lavori in Abruzzo Citra e nel contado di Molise [26].

Provenienti da Francavilla, Berotti e Santucci entrarono forse ad Ortona attraverso l’antica Porta San Giacomo e come ovunque, il primo pensiero fu quello di presentare le loro credenziali ai Sindaci, sicuramente già informati del loro arrivo da parte del Preside di Chieti.

In Città, pur essendo i rapporti intercorrenti fra i vari ceti sociali alquanto critici, soprattutto a causa dell’elezione del primo Sindaco [27], la vita scorreva abbastanza tranquilla e non si immaginavano i funesti avvenimenti che si sarebbero verificati sette anni dopo a seguito dell’invasione del regno da parte delle armate napoleoniche [28].

Nella prima metà del ‘700 emerge certamente ad Ortona una forte disparità fra “possidenti” e non possidenti, che non deve aver registrato significativi mutamenti all’epoca dell’arrivo dei due regi pittori [29], allorché Ortona, con le sue ville,aveva “5.689 anime”, come ci informa puntualmente Giuseppe M. Galanti [30].

L’attività preminente era la viticoltura, mentre i pescatori ed i marinai erano occupati allo scalo anche nell’arrendamento del sale, gestito per lo più dai Veneziani residenti in città [31]. In questo periodo Ortona conservava forse un impianto urbanistico non molto dissimile da quello raffigurato nell’ultimo decennio del XVII sec. da Giovan Battista Pacichelli ne Il regno di Napoli in prospettiva, opera pubblicata postuma a Napoli nel 1703 [in appendice] .

La struttura socio-economica di Ortona era dunque preminentemente rurale e caratterizzata per lo più da mezzadri e fittavoli i quali – annotano i due regi pittori – “vanno a coltivare la terra dello Stato Pontificio”. Questo fenomeno di emigrazione stagionale non sfuggì all’attenzione del Galanti, il quale nel libro X della sua citata opera (1794) osserva come “Ortona, tutto che sia situata per il commercio, all’aspetto mostra di essere un paese abbandonato”.

La breve descrizione della situazione socio-economica e demografica della Città costituisce la cornice all’evento che in tale sede interessa: l’arrivo nel 1791 (o forse nel 1792) di Berotti e Santucci che disegnano la coppia “Uomo e Donna della Città di Ortona”, messa a loro disposizione dai Sindaci della Città.

I disegni dei costumi venivano portati a Napoli direttamente dai due artisti oppure inviati tramite corsori, cioè “procaccia” postali che prestavano servizio lungo il camino degli Abruzzi [32]. I costumi erano forniti di precise indicazioni circa la coloritura delle varie componenti, secondo la collaudata tecnica a gouache.

Questo compito, come si è detto, era stato affidato da Ferdinando IV al direttore dei pittori presso la Real Fabbrica, Giacomo Milani, il quale evidentemente distribuiva a sua volta il lavoro fra gli artisti che operavano alle sue dipendenze. Ciò potrebbe spiegare il motivo per cui non tutte le gouaches relative ai tre Abruzzi, sulla base dei disegni fatti da Berotti e Santucci, vengono attribuite al Milani, anche se molte di esse furono comunque scelte per decorare le porcellane facenti parte del cosiddetto Primo Servizio delle Vestiture del Regno.

Le fogge riprodotte nel “Primo Servizio”, comprendenti anche quelle del Molise, sono considerate le più belle sotto il profilo cromatico ed artistico. I relativi “rami”, incisi da Raffaele Aloja, furono salvati miracolosamente da Domenico Venuti, direttore della Real Fabbrica della Porcellana, prima dell’ingresso del Generale Championnet a Napoli il 23 gennaio del 1799 [33].

Dal 1785 fino al 1799 vi furono diverse “visite di Stato di Ferdinando IV in Toscana, presso la Corte dei Lorena” [34] ed “alla data del 1799” risultano presenti a Firenze nella Villa di Castello 208 gouaches realizzate a tempera presso la Real Fabbrica di Porcellana da Giacomo Milani ed altri pittori, secondo le indicazioni cromatiche fornite da Berotti e Santucci. Queste tempere costituivano dunque un dono di Ferdinando IV ai parenti di Casa Lorena e giunsero pertanto in Toscana, come sottolinea la Masdea, in diverse fasi.

Le figurine risultano incorniciate da un passe partout a mo’ di quadretto ed ebbero successivamente diverse collocazioni. Nel 1911 – ci informa sempre M. Cristina Masdea – la raccolta venne smembrata: “82 quadretti vennero portati alla Villa della Petraia[35]e gli altri che erano restati alla Villa di Castello “furono trasferiti nel 1954 nei depositi di Palazzo Pitti” a Firenze, fra i quali si trova appunto con numero d’inventario C202 la gouache riprodotta in copertina, dal titolo: “Uomo e Donna della Città di Ortona. Comune del Distretto di Chieti, Provincia di Abruzzo Citra[36].

Vediamo innanzitutto le caratteristiche del costume maschile e femminile secondo la scheda originaria redatta da Berotti e Santucci, il cui testo fu successivamente “rivisto e corretto”, come si evince dallo stile della descrizione qui appresso riportata:

Uomo e Donna della Città di Ortona Provincia di Chieti

Ortona (comune del distretto di Chieti, provincia di Abruzzo Citra)

Costume maschile. Cappello di feltro nero a tesa larga.
Cravatta bianca; camiciola rossa con pettini foderati di
tela grigia, doppia filza di bottoncini di stagno; fusciacca
di lino bianco a righe celesti annodata in vita. Giamberga
celeste, paramani ai polsi con asole e bottoni di ottone.
Calzoni blu. Calze bianche con legacci celesti,

scarpe nere con fibbia di metallo.

Costume femminile. Orecchini in oro a due elementi:

bottone rotondo, pendente a mezzaluna e dondolini.
Collana di grani di corallo a più fili. Sul capo fazzoletto
di lino bianco chiuso a triangolo annodato sotto il mento.
Camicia bianca con scollo profondo, ricamato
all’orlo,
maniche lunghe ricce ai polsi; corpetto rosso con maniche
sagomate. Gonna verde a pieghe, bordo a linea spezzata
di nastrino rosa, pettorale e tiranti guarniti di noche rosa.
Grembiule bianco legato con fettuccia rosa.

Calze bianche, scarpe nere con fibbia di ottone.
Ortona è circondata dai monti, dove frequentemente è
praticata la caccia. Produce grano, legumi, noci,
mandorle. Gli abitanti vanno a coltivare la terra dello
Stato Pontificio, dove trasportano beni alimentari. [C 202]

Notiamo brevemente che nell’abito maschile, sottoposto da tempo come si è detto a processi omologanti, appaiono evidenti alcune caratteristiche che si riscontrano nei costumi di altre località abruzzesi visitate dai due regi pittori, come per esempio il “cappello di feltro nero a tesa larga” e la giamberga, specie di redingote di color celeste; il termine deriva dallo spagnolo chamberga e lascia supporre che questa specie di giacca, lunga fino al ginocchio, si sia diffusa nel Viceregno durante il XVII secolo e dunque sotto la dominazione spagnola.

Grazioso ed originale, pur nella sua semplicità, appare l’abito femminile.

In particolare le due rosette, che sembrano fissare l’attacco delle bretelle sull’ampia gonna, conferiscono al costume un tono di sobria eleganza che non si rinviene nelle altre fogge dell’area frentana. Inoltre, come sottolinea la Silvestrini, la botte su cui è appoggiato il personaggio maschile costituisce un “documento particolarmente interessante di cultura materiale folklorica[37], un’efficace immagine semantica per mezzo della quale i due regi pittori ci hanno comunicato quale fosse la principale attività economica esercitata in Ortona e suo Contado.

Durante il loro soggiorno in Città, Antonio Berotti e Stefano Santucci non lavorarono soltanto sul costume popolare ortonese, indossato nei giorni festivi del ciclo dell’uomo e dell’anno. Infatti si ha notizia che “nell’inventario redatto nel 1807, al momento della chiusura della Real Fabbrica di Porcellana, venne trascritto un elenco comprendente 84 disegni, 83 dei quali passati a penna da Antonio Berotti, che si riferiscono a immagini di quegli stessi luoghi che Berotti e Santucci avevano visitato ufficialmente per le vestiture”[38].

Dall’inventario del 1807, stilato nella Real Fabbrica di Porcellana subito dopo la fuga di Ferdinando IV in Sicilia, risultano Tre vedute della Città di Ortona a Mare, in Abruzzo Citra, rifinite e passate a penna da Antonio Berotti ma che purtroppo non esistono più nell’Archivio di stato di Napoli, dove la Carola-Perrotti ha rinvenuto con inventario Casa Reale Antica, Fascio 1552, solo l’elenco delle località stilato nel 1807 da P. Chamboissier , ma non i relativi disegni , di cui si è persa ogni traccia[39].

Insieme alle fogge di vestire anche le vedute, antesignane delle moderne cartoline, costituivano immagini del meridione che il “turista europeo”, nell’ambito del Grand Tour, amava conservare quale souvenir del suo Viaggio in Italia.

Quello che abbiamo rinvenuto al Museo San Martino a Napoli è invece un interessante disegno, attribuibile ad Antonio Berotti, in cui sono riprodotti insieme alcuni costumi (maschili e femminili) della Provincia di Chieti, come risulta dalla scritta ancora visibile in basso, fra cui la foggia di vestire delle donne di Ortona [in appendice: terzo personaggio da sinistra].

È inutile sottolineare il danno derivato da questa scomparsa per la storia di Ortona. 

Come ha ben evidenziato la Carola-Perrotti, anche i paesaggi disegnati dai due regi pittori dovevano essere utilizzati  nei servizi di porcellana della Real Fabbrica, ed in particolare per i cosiddetti  Servizi dell’Oca e del Fiordaliso; ma il precipitare degli eventi legati agli inizi del 1806 all’invasione francese del regno, vanificò il programma di Domenico Venuti e di Ferdinando IV, sicché restano solo pochi pezzi del Primo Servizio delle Vestiture del Regno, che fanno parte di collezioni private italiane ed europee oppure di raccolte museali.

Segnaliamo così una caffettiera conservata a Napoli nel Museo “Duca di Martina”, sulla quale è raffigurato il costume (maschile e femminile) di Massagrogna (Mozzagrogna) elaborato da Giacomo Milani sulla base del disegno di Berotti e Santucci ed inciso da Raffaele Aloja.

La coppia di Mozzagrogna si rinviene raffigurata anche in un Servizio da caffè prodotto dalla “Manifattura Poulard-Prad” nel decennio Murattiano, a conferma del successo riscosso dal costume popolare di questa località sangrina.

Successivamente, nel 1832, venne pubblicata dalla Stamperia Reale a Napoli la famosa raccolta di Costumi diversi di alcune popolazioni de’Reali Domini di qua del Faro, disegnati da Berotti e Santucci e dipinti da Giacomo Milani.

Questi costumi, sui quali invano Ferdinando IV aveva imposto fin dal 1795 una “privativa” per impedirne un commercio illecito, si vendevano ormai “a fogli sciolti”, fungendo da prototipi imitati in seguito da disegnatori ed artisti europei.

Anche in questa raccolta sono presenti molte fogge di vestire dell’area frentana ma manca quella di Ortona, a causa probabilmente – come si è sottolineato in precedenza – della sua semplicità e della sua modesta appariscenza, sicché la differenza fra abito giornaliero ed abito festivo non doveva risultare ad Ortona, come riteniamo, molto marcata.

Comunque, al pari di tutti gli altri costumi disegnati da Antonio Berotti e Stefano Santucci, anche quello di Ortona veniva indossato nei giorni di festa.

Tuttavia la festa non coincideva nel mondo rurale solo con le ricorrenze religiose, ma si ricollegava invece soprattutto alle fasi più importanti e vitali del ciclo coltivatorio ed allevatorio, accompagnato periodicamente da grandi momenti di tensione ed attesa. Festa, dunque, per l’uccisione del maiale, affidato alla protezione di S. Antonio Abate, per la mietitura e trebbiatura del grano, per la raccolta delle olive e dulcis in fundo per la vendemmia [in appendice: Festa dell’uva], specie quando l’uva si era salvata dall’azione devastante degli agenti atmosferici, fra cui la temutissima grandine.

Oltre alle feste del ciclo dell’anno, v’erano quelle legate al ciclo dell’uomo.

In occasione di battesimi e nozze il vestito, riposto nei tipici cassoni di legno, tornava a veder la luce del sole ed a far bella mostra di sé arricchito dagli ori famigliari e soprattutto dalle collane di corallo, come quella indossata dal personaggio femminile ritratto ad Ortona da Berotti e Santucci, perché da sempre il corallo è stato ritenuto un potente amuleto contro il malocchio.

Come si è detto in precedenza, il costume popolare costituiva un simbolo di appartenenza ad un determinato gruppo sociale, ad una comunità facilmente riconoscibile per via dei colori dell’abito e delle sue componenti. Altrove – si pensi per esempio, per restare in Italia, all’Alto Adige ed alla Val d’Aosta – il costume popolare, opportunamente adattato ai nostri tempi, viene ancora indossato nei giorni di festa specie dalle donne appartenenti ad ogni ceto sociale. Esso assurge a valore di identità culturale e di appartenenza storica ad un determinato territorio, di cui rappresenta una sorta di “bandiera”. 

C’è da augurarsi pertanto che anche ad Ortona si riscopra questo anello di collegamento fra passato e presente, specie oggi in cui la moda è assurta ad elemento omologante e brancola nel buio alla ricerca di nuove fonti ispiratrici nel settore dell’abbigliamento.

Detto questo, non ci resta che esprimere un ulteriore augurio e cioè che la Civica Amministrazione di Ortona dedichi ad Antonio Berotti e Stefano Santucci una via cittadina, in modo che i due regi pittori possano essere degnamente ricordati dalle future generazioni ortonesi.           

Franco Cercone.

Appendice

Didascalie e Riproduzioni citate e inserite nella Pubblicazione:

  • Disegno “Uomo e donna della città di Ortona” di Antonio Berotti e Stefano Santucci, Ortona 1791- “Palazzo Pitti” Firenze, con numero d’inventario C202 [la gouache riprodotta in copertina]
  • “Trittico” Disegno di Raffaele Del Ponte, Ortona 1859.

  •  Ortona nell’ultimo decennio del XVII secolo. Da G. Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva. Opera postuma pubblicata a Napoli nel 1703.
  • Donne di Poggiofiorito in costume tradizionale. Contado di Ortona, Anni 30 del Novecento. [da: “Associazione Culturale T. Coccione” Poggiofiorito]
  • Festa dell’uva. Contado Ortonese. Anni 30 del ‘900 [da: “Associazione Culturale T. Coccione” Poggiofiorito]

  • Fogge di vestire della Provincia di Chieti, anno 1791. Museo di san Martino, Napoli. Antonio Berotti (?).

[1] Cfr. L. Dorotea, Monografia storica di Castel di Sangro; in “Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato”, diretto da F. Cirelli, Vol. XVI, Napoli 1852-53. Giova ricordare che disegni di costumi abruzzesi apparvero anche a cura di P. Castagna e P. De Stephanis in “Poliorama Pittoresco”, periodico edito a Napoli fino al 1859.

[2] Cfr. P. Di Lullo, Ortona durante la dominazione borbonica, Ortona 1987; id., Ortona nella prima metà dell’Ottocento, Ortona 1988. Quaderni del “Centro Studi Adriatici” e dell’Assessorato alla cultura del Comune di Ortona.

[3] A. Politi, Tradizioni popolari di Ortona, pp. 37-38, Ortona 1997.

[4] A. Politi, ivi p. 38. Nel disegno del Berotti manca il “busto”, la gonna è retta da due “straccali” ed al posto del fiocco sfarzoso (lu balème), compaiono due “rosette” che fissano le bretelle alla gonna. 

[5]Il Poliorama Pittoresco, pubblicato a Napoli dal 1836 al 1848, all’incirca nello stesso periodo de L’Omnibus Pittoresco (1838-1853). I due periodici costituivano le più importanti “riviste illustrate” diffuse in tutto il regno di Napoli.

6 Anno I,1859, n° 3, pp. 18-20, Tipografia Del Vecchio, Chieti. Francesco Bruni, medico, nato a Crecchio nel 1818 e morto nel 1886, insegnò prima lettere latine ed italiane ad Ortona ed in seguito medicina e patologia prima nel Liceo Universitario di Chieti e dopo a Napoli.Fu anche Provveditore agli Studi in diverse città italiane. Al Bruni si devono alcune raccolte di poesia popolare abruzzese, fra cui ricordiamo Canti popolari in dialetto abruzzese e soprattutto Canti del mandriano abruzzese (Napoli 1855). Il Bruni è Autore anche di numerosi saggi nel campo della patologia e medicina generale.

[7] Cfr. A. Cirillo Mastrocinque, Usi e costumi popolari a Napoli nel Seicento, p. 180, Napoli 1978.

[8] Cfr. N. Fiorentino, Parole e cose dei nostri avi. Abruzzo Meridionale, secc. XVI-XIX. Dizionario, s.v. trapizzo, strapizzo e pezzelli; Edigrafital, S. Atto di Teramo 2004.

[9]  Giova ricordare che il tarì era il doppio carlino del Regno di Napoli.

[10] A. Politi, ivi p.38.

[11] A. Politi, ivi p. 37. Sulle tipologie di orecchini di moda nel corso dell’800 cfr. A. Gandolfi-E. Mattiocco, Ori e Argenti d’Abruzzo; Carsa Ed., Pescara 1996.

[12] M. Cristina Masdea, Le Vestiture del Regno di Napoli: Origini e fortune di un genere nuovo; in Napoli-Firenze e ritorno. Costumi popolari del Regno di Napoli nelle collezioni Borboniche e Lorenesi, p. 41, Guida Ed. Napoli 1991. Si tratta del Catalogo della Mostra svoltasi a Firenze (Palazzo Pitti, 14 sett. – 14 nov. 1991) ed a Napoli (7 dic. 1991- 9 feb. 1992) a cura delle Soprintendenze per i B.A.S. di Firenze e Napoli. Sull’argomento cfr. anche V. Accardo – F. Cercone, Costumi popolari d’Abruzzo, L’Aquila 1982; AA. VV., Il Costume popolare Abruzzese tra 700 e 800, Catalogo della Mostra, Chieti 1985.

[13] Cfr. C. Minieri Riccio-G.Novi, Storia delle porcellane in Napoli e sue vicende, p. 13; rist. anast. dell’ediz. di Napoli, 1878, Forni 1980. Con dispaccio del 1772, Ferdinando IV “volle che si trasportassero da Capodimonte alla nuova Fabbrica del Real Palazzo di Napoli tutte le porcellane, tutto il materiale, tutti gli utensili, tutte le macchine e quant’altro vi rimaneva della distrutta antica fabbrica” di Capodimonte, fondata dal padre Carlo III.

[14] Ad Alessandro D’Anna fu assegnato uno stipendio mensile di 50 ducati, mentre quello di Antonio Berotti ammontava a ducati 25; cfr. C. Minieri Riccio, La Fabbrica di Porcellana in Napoli e sue vicende, Napoli 1878. Il volume è conservato presso la Biblioteca Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte di Roma con alcuni preziosi fogli manoscritti dell’Autore. Cfr. a tal riguardo AA. VV., Napoli- Firenze e ritorno ecc., op. cit. p. 179.

[15] Cfr. M. Cristina Masdea, Le vestiture del Regno di Napoli ecc., in Napoli-Firenze e ritorno, op. cit. p. 65.

[16] Cfr. V. Accardo – F. Cercone, op. cit. p. 14. Risale al 9 dicembre del 1789 il dispaccio reale con cui si comunicava al Preside di Teramo l’arrivo dei due Regi Pittori.

[17] Cfr. V. Accardo, Dal Mondo dei Costumi; in AA.VV., Costumi diversi di alcune popolazioni de’Reali Domini di qua del Faro. Abiti, Ori, Tessuti e Stampe del XVIII e XIX secolo d’Abruzzo e Molise, p. 55 Sulmona 1994. 

[18] Cfr. A. Carola-Perrotti, Dalle guaches alla porcellana: il tema dei costumi regionali del Regno delle Due Sicilie tra Settecento e primo Ottocento; in Napoli – Firenze e ritorno ecc., op. cit. p. 65.

[19] K. Fiorentino, Le vestiture del regno nelle raccolte delle immagini a stampa; in Napoli-Firenze e ritorno ecc, op. cit. p. 101.

[20] Della preziosa opera esiste una ristampa anastatica a cura di F. Mancini; Napoli, Guida Ed., 1985.

[21] M. Cristina Masdea, ivi p. 46. Il passo è tratto da una comunicazione del Marchese Domenico Venuti al re Ferdinando IV.

[22] Lo stesso Ferdinando IV si lasciò ritrarre insieme alla Famiglia Reale da J. Philipp Hackert nella tenuta di Carditello (dove si attuavano “nuovi modelli aziendali per lo sviluppo dell’agricoltura”), ora in veste di vignaiolo nel periodo della vendemmia, ed ora come mietitore. I due capolavori pittorici di Ph. Hackert sono conservati a Napoli nel Museo Nazionale di San Martino. Va ricordato che a Philipp Hackert, “pittore di corte”, Ferdinando IV commissionò anche 15 tele raffiguranti i “porti del Regno di Napoli”, nelle quali l’aspetto vedutistico è animato da personaggi in costume tradizionale.

[23] Cfr. K. U. De Salis Marschlins, Viaggi nelle diverse Province del Regno di Napoli, p. 263; trad. a cura di I. Capriati, Trani 1906.

[24] Cfr. A. Carola-Perrotti, Napoli-Firenze e ritorno, ecc., op. cit. p. 82.

[25] Com’è noto a Mascioni soggiornò nel 1914 la pittrice inglese, di lontane origini italiane, Estella Canziani, che qui dipinse fogge di vestire di grande bellezza. Cfr. E. Canziani, Attraverso gli Appennini e le Terre degli Abruzzi, Roma 1979; traduzione dell’edizione di Cambridge, 1928, a cura di D. Grilli, M. Lusi e V. Bonanno.

[26] Cfr. V. Accardo, Dal Mondo dei Costumi ecc., op. cit. p.55.

[27] Cfr. G. Bonanni, Il Parlamento della Città di Ortona e i conflitti di preminenza per la nomina del primo Sindaco, in “Rassegna Abruzzese di Storia ed Arte” diretta da G. Pansa e P. Piccirilli, n° 11-12, p. 192 sgg., Casalbordino 1900.

[28] G. Bonanni, Ortona resiste ai Francesi. 1798-1799, Lanciano 1900.

[29] Infatti nel 1723 Ortona registra solo 139 “fuochi possidenti”, con 3904 capi di bestiame così suddivisi: 393 bovini, 3299 ovini, 211 equini ed 1 suino! Cfr. Archivio di Stato Napoli, Frammenti di Catasti, n° 87, anno 1723.

[30] G. Maria Galanti, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, Tomo III, Libro X, p. 511; Napoli 1794.

[31] Cfr. A. Di Vittorio, Gli Austriaci ed il Regno di Napoli, 1707-1734. Ideologia e politica di sviluppo, pp. 234 e 327; Napoli, Giannini Ed., 1973. Come sottolinea P. Di Lullo, nel 1820 e dunque circa trent’anni dopo l’arrivo dei regi pittori, Ortona aveva una popolazione di 6481 abitanti, di cui solo 87 appartenevano a ceti possidenti, a conferma di una situazione che non aveva registrato considerevoli mutamenti.

[32] Cfr. A. Di Vittorio, Gli Austriaci e il Regno di Napoli, ecc, op. cit.  p. 386 sgg.

[33] Cfr. Maria C. Masdea, ivi p. 57.

[34] Ferdinando IV aveva sposato Maria Carolina, sorella del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena.

[35] Si trovano anche nei depositi di Villa della Petraia i seguenti costumi che in tale sede interessano: “Uomo e Donna del paese di Paglieta”, “Uomo e Donna del paese di Casalbordino”, “Uomo e Donna del paese di Massagrogna” (Mozzagrogna), “Uomo e Donna del paese di Vasto”. Mozzagrogna e Paglieta risultano ascritte tuttavia all’Abruzzo Ulteriore II.

[36] Sono anche conservati nei depositi di Palazzo Pitti: Uomo e Donna del paese di Civitella (Messer Raimondo), di Chieti, di Casoli , di Fraine, di Monteodorisio, di Lama (dei Peligni) e di Roccaspinalveta, tutti posti in Abruzzo Citra. 

[37] E. Silvestrini, Documenti etnografici nelle tempere lorenesi; in Napoli-Firenze e ritorno, ecc., op. cit. p. 115.

[38] A. Carola-Perrotti, Dalle gouaches alla porcellana ecc.; in Napoli-Firenze e ritorno ecc., op. cit. p. 65.

[39]  Cfr. A. Carola-Perrotti, ivi p. 82.

Carta delle località abruzzesi visitate dai Regi Pittori [da: “Napoli-Firenze e Ritorno. Costumi popolari del Regno di Napoli nelle collezioni Borboniche e Lorenesi” di M.C. Masdea, Napoli 1991]

“Trittico” Disegno di Raffaele Del Ponte, Ortona 1859

Ortona nell’ultimo decennio del XVII secolo. Da G. Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva. Opera postuma pubblicata a Napoli nel 1703.

Donne di Poggiofiorito in costume tradizionale. Contado di Ortona, Anni 30 del Novecento. [da: “Associazione Culturale T. Coccione” Poggiofiorito]

Festa dell’uva. Contado Ortonese. Anni 30 del ‘900 [da: “Associazione Culturale T. Coccione” Poggiofiorito]




PERCHÉ IL POTERE CI NARCOTIZZA e perché prima che politico è un problema culturale ed etico

Finché l’essere onesti, corretti, rispettosi degli altri solidali e accoglienti sarà ritenuto un’opzione per falliti o una bella favola, la situazione non migliorerà anzi peggiorerà

di don Rocco D’Ambrosio

Globalist.it, 6 settembre 2024. Ha detto bene Kets De Vries: “il potere è un grande narcotico: dà vita, nutre, ci rende schiavi”. Una volta narcotizzati, a destra come a sinistra e a centro, sembra quasi facile stilare un elenco dei sintomi che si manifestano. Provo ad elencare quelli che ritengo più vistosi:

elementi di immaturità umana e incapacità tecnica;

perdita dei riferimenti ai principi etici fondanti e allo spirito di servizio;

sentimento di superiorità nei confronti di tutti e di tutto, in particolare di leggi e procedure;

mancanza di esemplarità nel comportamento pubblico e privato;

tendenza ad occupare il potere ad ogni costo, in genere per tornaconto personale e/o di gruppo;

aumento dei costi relativi all’esercizio del potere, con frequenti utilizzi di risorse e privilegi istituzionali per fini privati;

aumento del divario nel rapporto con i membri dell’istituzione;

atteggiamenti di basso profilo culturale;

approccio superficiale alle emergenze, raramente affrontate con l’intento di sanare il tessuto sociale, culturale e politico in radice;

utilizzo non corretto dei mezzi di comunicazione sociale, spesso solo usati per carpire consensi;

limitazioni della libertà di stampa;

disinteresse, e spesso ostilità, a favorire percorsi di educazione e partecipazione, di corresponsabilità e verifica comunitaria della vita istituzionale;

coinvolgimento in reati di corruzione, concussione, peculato, abuso d’ufficio, ricettazione e associazioni a delinquere, anche di stampo mafioso;

partecipazione a realtà politico-mafiose e centri di potere occulto, per esempio le associazioni massoniche deviate (come la P2 e affini).

Certo c’è chi esercita il suo potere senza cadere in queste forme narcotiche, ma c’è anche chi si narcotizza e anche spesso.

Sono la maggioranza? Sono la minoranza?

Difficile a dirsi. È la stessa domanda che ci potremmo fare su adolescenti e giovani che fanno uso di sostanze stupefacenti.

Sono minoranza o maggioranza?

Ma il primo problema non è quello dei numeri (per quanto importante) ma ciò che cittadini e responsabili di istituzioni fanno quando riscontrano uno o più dei sintomi citati. 

Le dimissioni (o l’invito a dimettersi da parte dei superiori nella catena di comando) sono molto fuori moda. Chi sbaglia paga vale solo per gli altri, non per sé o per i miei protetti. Quindi “evitato” lo scoglio dimissioni (spesso con scuse ridicole) si passa alla ricerca del capro espiatorio (a seconda dei casi: la stampa o la magistratura o l’opposizione politica o la cattiveria di compagnie discutibili), fino all’intento di modificare leggi perché questo tipo di notizie abbia meno rilievo e faccia meno rumore.

Senza dimenticare che il dio potere, da coloro che sono narcotizzati, è sempre in coppia con il dio consenso, quindi, tutte le parole e le bugie devono passare attraverso il bilancino degli addetti alla comunicazione, che dettano regole e parole sulla base di calcoli di consenso.

Un’istituzione che si comporta così è ovviamente seriamente malata; ciò non vale solo per la politica, ma per tutte le istituzioni (culturali, educative, religiose, economiche, amministrative). Il problema, infatti, non è politico ma è prima di tutto culturale, in particolare etico. Finché l’essere onesti, corretti, rispettosi degli altri e delle istituzioni, solidali e accoglienti, dediti e disponibili, pronti a riconoscere le proprie responsabilità e a educarsi, sarà ritenuto un’opzione per falliti o una bella favola, la situazione non migliorerà anzi peggiorerà. Finché parliamo solamente di formazione e non formiamo noi stessi e gli altri, a seconda delle nostre responsabilità, il baratro si avvicinerà sempre più.

I fondamenti etici delle persone e delle istituzioni non sono frasi retoriche di circostanza. Sono l’essenza della mia dignità. Coloro che si narcotizzano con il potere la propria dignità l’hanno macchiata o, addirittura, persa da tempo.

Certo ci sono ancora tanti – grazie a Dio – che non hanno venduto l’anima al potere e al denaro. A loro il compito di resistere e educare, con fermezza, coerenza e indignazione per tutte le forme narcotiche.

Scriveva Norberto Bobbio: “Per quanto io sia pieno di ammirazione per le grandi scoperte nel campo della scienza, ammiro con più devota reverenza la nobiltà di una coscienza morale. (…). In forma più drastica: non sono sicuro che la bomba a idrogeno salvi il mondo; potrebbe distruggerlo. Sono sicuro che la coscienza morale non solo non lo distrugge, ma, se sarà distrutto, lo salverà”.




PARCO LINEARE di Castellamare 9-15 settembre 2030

La seconda settimana di ITINERA, intitolata Scienza e Innovazione, sarà caratterizzata da una serie di eventi scientifici volti a promuovere la conoscenza e l’innovazione, coinvolgendo tutta la comunità

Pescara, 6 settembre 2024. La settimana inizierà con una cerimonia di apertura alle 10:00, dove la sindaca Alessia Naldi e scienziati locali daranno il via agli eventi presso la cupola della scienza. Alle 11:00 si terrà la conferenza inaugurale sul tema “Il futuro della scienza e dell’innovazione”, con relatori esperti di tecnologia, energia e ambiente. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 18:00, i visitatori potranno esplorare una mostra interattiva sull’energia rinnovabile, con modelli e pannelli informativi sulle tecnologie energetiche sostenibili. La giornata si concluderà alle 20:00 con un aperitivo scientifico, durante il quale il pubblico potrà discutere in modo informale con i ricercatori.

Il 10 settembre 2030 sarà dedicato all’energia rinnovabile. La mattina, dalle 10:00 alle 12:00, si terrà un laboratorio di costruzione di modelli di turbine idrauliche e eoliche per bambini. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, un seminario presenterà le nuove frontiere dell’energia solare, con un focus sulle innovazioni e le tecnologie emergenti. La giornata si concluderà alle 18:00 con una tavola rotonda, durante la quale esperti del settore energetico discuteranno le politiche e le strategie per un futuro sostenibile.

L’11 settembre 2030 sarà dedicato ai laboratori di robotica. La mattina, dalle 10:00 alle 12:00, si terrà un laboratorio di robotica per ragazzi di età compresa tra i 10 e i 14 anni, dove i partecipanti potranno avvicinarsi alla programmazione e costruzione di robot semplici. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, un workshop avanzato di robotica sarà destinato agli adolescenti dai 15 ai 18 anni, con attività di progettazione e competizione di robot (modello Arduino). Alle 18:00, i progetti realizzati durante i laboratori saranno presentati con dimostrazioni dal vivo.

Il 12 settembre 2030 sarà la giornata dedicata alla scienza per tutti. La mattina, dalle 10:00 alle 12:00, un laboratorio di chimica per bambini offrirà esperimenti sicuri e divertenti per scoprire i principi della chimica. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, una conferenza divulgativa esplorerà “La scienza nella vita quotidiana”, mostrando come la scienza influisce sulle nostre attività giornaliere. La giornata terminerà alle 18:00 con uno spettacolo scientifico interattivo per famiglie, caratterizzato da dimostrazioni di fisica e chimica con esperimenti spettacolari.

Il 13 settembre 2030 sarà dedicato all’innovazione e tecnologia. La mattina, dalle 10:00 alle 12:00, un workshop illustrerà le tecnologie emergenti nel campo della salute e della medicina. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, una conferenza sul tema “L’intelligenza artificiale e il futuro del lavoro” vedrà la partecipazione di relatori dal mondo accademico e industriale. Alle 18:00, una mostra di start-up innovative presenterà nuovi prodotti e idee tecnologiche.

Il 14 settembre 2030 sarà la giornata della biologia. La mattina, dalle 10:00 alle 12:00, un laboratorio di biologia per ragazzi proporrà esperimenti di genetica e microscopia. Nel pomeriggio, dalle 14:00 alle 16:00, un seminario tratterà “Le biotecnologie e l’agricoltura del futuro”, illustrando innovazioni per una produzione alimentare sostenibile. Alle 18:00, una discussione con biologi e ricercatori affronterà il tema “La biodiversità e la conservazione ambientale”.

Il 15 settembre 2030 si terrà la tanto attesa Notte dei Ricercatori. Dalle 17:00 alle 20:00, saranno organizzati esperimenti dal vivo e dimostrazioni scientifiche nelle diverse cupole, coinvolgendo il pubblico in attività pratiche. Dalle 20:00 alle 22:00, sarà possibile osservare il cielo con telescopi, guidati da scienziati che mostreranno stelle e pianeti. La settimana si concluderà alle 22:00 con un discorso della sindaca Alessia Naldi e simulazioni di fuochi d’artificio musicali con droni sincronizzati.

Questo programma settimanale offre un’esperienza immersiva nel mondo della scienza e dell’innovazione, promuovendo l’apprendimento e la partecipazione attiva di tutte le fasce di età.

Giancarlo Odoardi – Project manager ITINERA




IL VOLTO SANTO DI CRISTO UNISCE

Storia e devozione nel gemellaggio tra Chiusa Sclafani (Sicilia) e Manoppello (Abruzzo)

Di Antonio Bini

Manoppello, 6 settembre 2024. Un inedito gemellaggio è intercorso tra il Volto Santo custodito nella chiesa di San Nicola di Chiusa Sclafani e il Volto Santo di Manoppello, dopo un percorso che si è sviluppato nel corso del 2024, iniziato con una visita a Manoppello di un gruppo di appartenenti alla Confraternita SS. Volto, in occasione del rito di Omnis Terra, celebrato il 28 gennaio.

È poi seguita la partecipazione del rettore del Santuario, padre Antonio Gentili, invitato in coincidenza con la festa del Volto Santo, che si celebra annualmente nella cittadina siciliana la prima domenica di maggio. In quell’occasione, è stato sottoscritto l’atto di gemellaggio da mons. Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale, dall’arciprete della chiesa di San Nicola di Bari don Bernardo Giglio, dal citato p. Antonio Gentili e da Manuele Ruvolo, presidente della Confraternita SS. Volto di Chiusa Sclafani. L’atto è stato in seguito sottoscritto anche da mons. Bruno Forte, arcivescovo della Diocesi di Chieti-Vasto. 

Il documento riepiloga in sintesi le origini storiche del Volto Santo venerato nella cittadina siciliana, che si trova a metà strada tra Palermo e Agrigento, manifestando poi “il desiderio di rafforzare la radice della riparazione esprimendo il desiderio di guardare al Volto Santo di Manoppello” o velo della Veronica.  In occasione della festa della trasfigurazione di Gesù, celebrata a Manoppello, si è registrato l’arrivo di numerosi fedeli appartenenti alla Confraternita del SS. Volto di Chiusa Sclafani, fondata nel 1900 e guidata dall’attiva e appassionata opera del presidente Manuele Ruvolo.

Al tramonto, dopo la celebrazione della messa pomeridiana, presieduta da padre Simone Calvare, ministro provinciale dei Cappuccini di Abruzzo, Lazio e Umbria, si è svolta la processione breve, dalla Basilica fino a Fonte Leone, preceduta da don Bernardo Giglio che portava tra le braccia il SS. Volto di Chiusa Sclafani, seguito dal grande stendardo della Confraternita e dai numerosi confrati, disposti in duplice fila, i quali indossavano tutti il caratteristico abitino (o scapolare).

Una partecipazione devota e al tempo stesso gioiosa, di persone che avevano percorso oltre mille chilometri per raggiungere l’Abruzzo. Una testimonianza coinvolgente di un gemellaggio sentito dalla comunità siciliana, che si è mescolata tra i tanti fedeli locali e provenienti anche dall’estero per seguire il solenne rito. La fede è certamente qualcosa di personale, ma di comunitario al tempo stesso.  Presente anche  padre Anatoly Grytskiv, in rappresentanza della Chiesa Ortodossa.                                          

La processione lascia riflettere, con aspetti che vanno ben oltre l’evento religioso.

È opportuno spiegare brevemente la presenza del Volto Santo nel paese siciliano, che si deve al venerabile fra Innocenzo Caldarera (1557-1631).

Il frate aveva avuto in dono l’effige nell’anno 1623 da Gregorio XV di cui era fidato consigliere. Il papa, per riconoscenza, nella fase terminale della sua vita, propose a fra Innocenzo di scegliere per sé uno degli oggetti presenti nel suo appartamento. Il frate volse la sua attenzione sulla copia del Volto Santo, che a sua volta donò al convento dei frati minori riformati del convento di San Vito in Chiusa Sclafani, suo paese d’origine, con atto notarile del 21 settembre 1623.

La copia risulta eseguita dal canonico Pietro Strozzi nell’anno 1617 e reca l’iscrizione in latino “La santità di Nostro Signore Paolo V pronunciò anatema contro quanti osassero, senza il permesso che deve essere concesso da lui stesso o dai successori, di trarre copia da questa immagine”, e ritrae il volto di Cristo morto. L’opera, che corrisponde alla copia eseguita dallo stesso Strozzi nel 1616 e destinata a Costanza, regina di Polonia, appalesa l’evidente trasformazione dell’iconografia della Veronica (Vera icona), che appariva precedentemente con gli occhi aperti.

La presenza del Volto Santo generò subito la devozione locale e dei paesi vicini.

Riveste particolare interesse storico la documentazione intervenuta dopo il breve pontificio di Urbano VIII del 29 maggio 1628 che, nel ribadire il divieto di riproduzione dell’immagine della Veronica, già disposto da Paolo V, intimava la restituzione delle copie esistenti, pena la scomunica. La disposizione, come venne spiegato dallo stesso papa, non riguardava la riproduzione di una qualsiasi immagine di Cristo – che avrebbe avuto effetti paradossali per la Chiesa – ma solo quelle che “rappresentano la vera S. Immagine del Volto Santo che si osserva qui nella Basilica di San Pietro con macchie e lividi di sangue, di sudore e di percosse”.                                                                             

La raccolta di tali documenti, pazientemente trascritti, costituisce l’appendice al saggio di Antonio Giuseppe Marchese, “Cristo a Chiusa Sclafani”, edizione fuori commercio del 2009, distribuita a cura dalla Confraternita del Santo Volto di Chiusa Sclafani.                                                                                                                                                  

Si può riscontrare che in data 11 luglio 1628, mons. Francesco Traina, vescovo di Girgenti (Agrigento), nella cui diocesi era allora compresa Chiusa Sclafani, ordinò al guardiano dei padri minori di consegnare la copia del Volto Santo entro otto giorni, con minaccia di scomunica papale. Il 13 luglio intervenne Lorenzo Gioeni Gardona, marchese di Giuliana e conte di Chiusa, a difesa del mantenimento dell’icona in paese, facendo presente che la copia era custodita in chiesa e non già da privati, sotto l’autorità pontificia, con riferimento alla donazione di Gregorio XV.                             

Venne nel frattempo informato a Roma fra Innocenzo Caldarera affinché agisse di conseguenza, a sostegno delle ragioni di Chiusa. Il buon frate evidentemente fece i suoi passi come risulta da una lettera inviata da Roma in data 23 agosto 1628, a firma del cardinale Mellini, diretta al conte di Chiusa, con cui si richiama la gratitudine nei confronti di p. Innocenzo, chiarendo finalmente che l’obbligo di consegna “non comprende la proibizione quelle immagini che si sono avute con l’autorità di questa Santa Sede”.

La copia poteva quindi rimanere a Chiusa Sclafani. Ma doveva evidentemente trattarsi di una interpretazione che si discostava dall’ordine imposto da Urbano VIII, tanto che nella stessa nota il cardinale raccomanda “che si tenga l’immagine secreta al più che si può, a ciò altri valere del suo esempio non fossero causa di fare uscire qualche nuovo ordine in ogni dubbia della grazia già ottenuta, perché Sua Santità va molto stretta in questa materia”.   In buona sostanza, viene evitata la riconsegna del Volto Santo e la sua distruzione, ma in compenso viene imposta la secretazione dell’immagine e il silenzio su di essa.                   

Non appare comprensibile il senso di tali disposizioni, soprattutto dopo che negli anni precedenti era stata cancellata traccia dei “pictores veronicarum”, che sin dal medioevo riproducevano il volto di Cristo a richiesta dei pellegrini.

L’atteggiamento vaticano aiuta a comprendere i timori dei Cappuccini di Manoppello per proteggere il Volto Santo, di cui non a caso avevano evitato qualsiasi forma di culto e divulgazione della sacra immagine, rimasta a lungo murata. Un silenzio ben conservato, considerato che nessuna intimazione risulta presente negli archivi del Convento.

Con la morte di Urbano VIII, avvenuta il 29 luglio 1644, si concluse il suo lungo pontificato, durato 21 anni, e iniziò ad allentarsi la stretta sulle copie della Veronica, anche se le sue disposizioni non risulterebbero annullate. Anche durante il suo pontificato non mancò di concedere ad un nobile siciliano, in coincidenza del Giubileo del 1625, una copia della Veronica (“vera immagine del SS. Sudario”), dipinta su una lastra di rame, che si venera nella chiesa di San Nicolò a Venetico Superiore, in provincia di Messina. L’opera, pure eseguita dallo Strozzi, con il consueto divieto di riproduzione, si distingue dalla copia di Chiusa Sclafani, recando comunque gli occhi chiusi.

Una vicenda complessa e assai ingarbugliata, con atteggiamenti contraddittori e con molti aspetti misteriosi, in un periodo tormentato che mise a rischio la Veronica stessa.                                                                                               

Quando nel corso del Grande Giubileo del 2000 Giovanni Poalo II – il quale conosceva l’evolversi degli studi sul Volto Santo di Manoppello per i suoi frequenti rapporti con il cardinale Fiorenzo Angelini (presidente dell’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo) – con un atto eclatante, chiese perdono per i peccati della Chiesa, sostenendo: “non possiamo non riconoscere le infedeltà al Vangelo in cui sono incorsi certi nostri fratelli, specialmente durante il secondo millennio” (punto 4 – omelia pronunciata in San Pietro il 12 marzo 2000), si riferiva quasi certamente anche ai silenzi perpetrati dai suoi predecessori a proposito della Veronica, di cui soltanto nel 2011, durante il papato di Benedetto XVI, venne ammessa la scomparsa in occasione del Sacco di Roma del 1527.

Vale la pena di segnalare che una riflessione sul piano artistico e storico fu sviluppata da p. Heinrich Pfeiffer, invitato, dall’allora arcivescovo di Montereale, mons. Cataldo Naro, a partecipare ad un convegno organizzato a Chiusa Sclafani il 6 novembre 2004, con inevitabili confronti con la Veronica (vera icona), studiata da tanti anni.   P. Pfeiffer espresse nell’occasione una approfondita analisi del Volto di Chiusa, pubblicata sul Bollettino Ecclesiastico della Arcidiocesi di Monreale, luglio-dicembre 2004. Anche la figura di p. Pfeiffer è virtualmente da considerare parte del percorso del gemellaggio, ricordando pure che i cardinali di Palermo, Salvatore Pappalardo e Salvatore De Giorgi negli anni scorsi, in tempi diversi, furono pellegrini tra i primi a Manoppello, appena vennero divulgati gli studi del gesuita tedesco sulla Veronica.

Nella preghiera scritta da Benedetto XVI ad un anno di distanza dalla sua visita a Manoppello, il papa parlò di “volto umano di Dio entrato nella storia per svelare gli orizzonti dell’eternità”. E su questi orizzonti si muovono libere e spontanee le vie della fede convergenti sulla persona di Cristo e del suo volto.

12 marzo 2000, Giornata del Perdono | Giovanni Paolo II (vatican.va)




LA SIECO SERVICE SI PRESENTA

Stagione dedicata alla memoria di Tommaso Lanci

Ortona, 6 settembre 2024. È stata una conferenza stampa in differita quella della Sieco Service Akea Ortona che arriva a distanza di poco più di una settimana dalla ripresa degli allenamenti. Dopo le usuali foto di rito e le interviste nell’area antistante il palasport ortonese, si è finalmente pronti per cominciare. Da un lato, disposti a cerchio ci sono gli atleti, mentre “Dall’altra parte della barricata”, pronti ad esporre quello che sarà la prossima stagione, ci sono i volti nuovi e le conferme dello staff Impavido. A far da cornice all’evento un folto numero di tifosi intervenuti per conoscere di persona i propri beniamini.

Cerimonieri dell’evento sono il Presidente Andrea Lanci, che raccoglie l’eredità dell’indimenticabile papà Tommaso Lanci. Accanto a lui ci sono Giorgio Tenaglia, in rappresentanza del padre Rocco, Vicepresidente impossibilitato a presenziare, Francesco De Nora, il nuovo coach chiamato a sostituire la storica figura di Nunzio Lanci, e il Direttore Sportivo Massimo D’Onofrio.

Il primo a parlare è proprio quest’ultimo: «Quest’anno è stiamo vivendo qualcosa di molto diverso rispetto agli altri», dice Massimo D’Onofrio con voce rotta dalla commozione: «Di solito, in questa circostanza, qui accanto a me c’era Tommaso Lanci. Lui ha voluto che questa fosse una stagione importante e noi ci stiamo provando. Lo scorso anno le cose non sono andate proprio come volevamo ed il nostro intento è quello di riprovarci. Vogliamo riportare la gente al palazzetto, ricreare entusiasmo e vincere disputando la prossima stagione al meglio».

La parola passa poi al Presidente Andrea Lanci: «Volevo ringraziare tutti quelli che hanno pensato che io potessi sostituire mio padre, ma mio padre è insostituibile. Ringrazio quindi l’altra parte della proprietà, mio fratello e mia madre e la famiglia Tenaglia che ci affianca ormai da anni. Prendere in mano la situazione non sarà di certo una cosa semplice ma so di avere accanto a me dei validi collaboratori. Come diceva il Direttore Sportivo Massimo D’Onofrio questa sarà una stagione molto particolare, a maggior ragione per quanto mi riguarda. Dopo aver trascorso venticinque ad essere un giocatore di questa squadra, per cinque ne sono stato dirigente e oggi presidente. È indubbio che l’Impavida faccia parte della mia vita e della mia famiglia.

La sfida è grande. Dobbiamo ritrovare, noi prima di tutti, quell’entusiasmo di un tempo ma soprattutto sarà importante riuscire a coinvolgere di nuovo la città riaccendendo il calore dei nostri tifosi e magari appassionare e avvicinare nuovo pubblico». Lanci poi si rivolge direttamente ai giocatori: «I sacrifici sono veramente tanti, per questo vi chiediamo di dare il massimo in campo. Siamo convinti di aver costruito, sulla carta, una squadra capace di raggiungere traguardi importanti. Purtroppo, ci sono anche gli avversari e le vittorie arriveranno soltanto con il massimo impegno sia in gara, ma soprattutto in allenamento. Il mio augurio è quello che la squadra arrivi il più in alto possibile. Sarebbe davvero un bel regalo per il mio papà perché questa stagione sarà dedicata proprio alla sua memoria. 

È poi la volta di Giorgio Tenaglia: «Forse non tutti mi conoscono perché non faccio parte ufficialmente dell’organigramma della società. Sono qui stasera a rappresentare mio padre Rocco, vicepresidente  in quanto lui è momentaneamente impossibilitato a presenziare. Presto però tornerà e imparerete tutto a conoscerlo e a conoscere la sua voglia di essere presente e la sua forza di spirito. Come vedrete, mio padre è una persona forte in grado di dare molti stimoli e soprattutto molto supporto. Per quanto mi riguarda non posso fare altro che augurarvi buona fortuna per la stagione che sta cominciando».

«Vorrei ringraziarvi per essere qui presenti e ringrazio la società per avermi scelto». Esordisce così Coach Francesco Denora Caporusso. «La chiamata di Ortona mi ha riempito di orgoglio. Di certo il nostro obiettivo è quello di disputare una stagione ambiziosa e la stessa cosa la vedo ogni giorno nei ragazzi durante gli allenamenti. Sento spesso parlare di riscatto per la scorsa stagione e ci sta. C’è però da pensare anche che ormai si tratta del passato e che l’importante è concentrarsi sul presente, sul far bene così da riportare la gente al palazzetto. Creare entusiasmo non è solo una questione di vittore. Si tratta anche di qualcosa di più sottile, di qualcosa che dobbiamo essere bravi a trasmettere all’ambiente. Il mio augurio è quindi quello di riuscire in questo, trasmettere entusiasmo. Se raggiungeremo questo obiettivo sono sicuro che la gente verrà a supportarci».

Terminati i primi interventi, è stata la volta dei protagonisti in campo. I nuovi ne hanno approfittato per presentarsi mentre i confermati hanno potuto riabbracciare il pubblico caloroso.

Intanto si cerca di registrare i primi meccanismi di gioco testando quanto fatto durante la settimana con un allenamento congiunto. Sabato 7 settembre, gli Impavidi accoglieranno al palasport di Via Papa Giovanni XXIII i cugini dell’ABBA PINETO. L’ingresso è libero e l’orario previsto per l’inizio del riscaldamento sono le 17:30.




ITALIANI GIOVANILI CLASSI IN DOPPIO A PESCARA – DAY 1 –

Grande primo giorno di regate con vento medio-leggero e tante regate

Pescara, 6 settembre 2024. Due regate per le classi 420 e 29er, quattro prove per RSFeva e per i catamarani Nacra 15, Hobie Cat 16 Spi e Hobie Dragoon: le prime classifiche – Eventi collaterali: scatta la regata nella regata per chi raccoglie più plastica! Primo giorno di regate a Pescara per i Campionati Italiani Giovanili delle classi in Doppio (per due persone di equipaggio), Regata FIV organizzata dal Club Nautico Pescara, con la collaborazione del club Svagamente e della Lega Navale Italiana di Pescara, che vede in gara sei classi per un totale di 281 barche e 562 veliste e velisti teenager da tutta Italia.

Una grande festa del movimento velico giovanile azzurro, che da anni si conferma tra i migliori a livello internazionale. Non a caso a Pescara da questa mattina è arrivata anche Alessandra Sensini, Direttore Tecnico Giovanile FIV. Il vento è arrivato verso le 13, prima sugli 8-10 nodi, poi dopo un breve calo sotto i 6 nodi ritornato a 10. Una situazione che ha consentito lo svolgimento di ben 18 prove complessive: due regate per batteria della classe 420, quattro per ogni batteria per la classe RSFeva, due per la classe 29er, e quattro prove anche per le tre classi di catamarani: Nacra 15, Hobie Cat 16 Spi e Hobie Dragoon.

La giornata è iniziata con i coach meeting del mattino ai quali hanno partecipato anche molti dei giovani velisti partecipanti. Il boat park dei 420, deriva classica con spinnaker (la classe più numerosa con 101 barche divise in due batterie) si trova all’interno del Marina di Pescara con due scivoli a disposizione nei pressi del FIVillage e del Club Nautico Pescara.

Il doppio per i più piccoli, RSFeva (75 barche divise in due baterie) è sulla spiaggia dell’Associazione Sportiva Svagamente, appena a nord del Marina di Pescara. I 29er, deriva acrobatica con terrazze e gennaker (51 barche) sono ospitate presso la LNI Pescara. Le derive esprimono un totale di 227 barche per 454 veliste e velisti. Le tre classi di catamarani: Hobie Cat 16 Spi (14 barche), Hobie Dragoon per i più piccoli (17 barche) e Nacra 15 (23 barche) sono a loro volta ospitate tutte sulla spiaggia di Svagamente. I multiscafi sono in totale 54, per 108 tra atlete e atleti.

CLASSIFICHE DOPO LE PRIME REGATE

CLASSE 420

Due prove per la classe 420, con vento leggero sugli 8-9 nodi e una forte corrente che ha reso difficile il campo di regata. In testa alla classifica c’è un equipaggio femminile: Emma Maltese (CV Antignano) e Sofia Titolo (CN Savio), che precedono Federico Frezza (CCR Tevere Remo) e Matteo Iannielli (LNI Ostia). Al terzo posto Matteo Mioni (SV Barcola e Grignano) e Samuel Noah Barbiero (Sirena KNT). Grazie alle due batterie di 36 e 37 barche ciascuna, la classifica è cortissima e apertissima. Quarti Francesco Kim e Noè Magnani (YC Adriaco), quinte Margherita Pillan e Giulia Massari (SN Pietas Julia).

29er

Dopo due prove in testa l’equipaggio misto di Federica Contardi e Lorenzo Di Pietro (CV3V), con 1 punto di vantaggio su Giulia Bartolozzi e Pietro Rizzi (SCG Salò), mentre al terzo di sono Massimo Perini e Augusto Cardellini (Fraglia Vela Riva). Quarti Pietro Scopsi e Giacomo Bargellini (CN Marina di Carrara), quinte Victoria Demurtas e Caroline Karlsen (Fraglia Vela Riva).

HOBIE DRAGOON

Dopo quattro belle regate guidano la classifica Elena Spalloni (Compagnia della Vela di Roma) e Francesca Tiseno (CV Ventotene), a pari punti con i locali Carlo Maria D’Amico e Alberto Dell’Atti (Svagamente). Terzi Roberto Marras e Riccardo Antinori (WC Cagliari), quarti Alice Ian Cacciotti (Tognazzi MV) e Duccio Pannocchia (CV Pietrabianca), quinto posto per Anna Azzurra Calvani e Corso Miniati (CBV Pietrabianca).

HOBIE CAT 16 SPI

In testa dopo le prime quattro prove i romani Carlo Mustacchi e Gaia Merli (CV3V), davanti ai sardi Paolo Pedde e Samuele De La Ville (WC Cagliari), terzi Valerio Tomassi e Benedetta Carlevaro (Compagnia della Vela di Roma). Quarto posto per Jacopo Caridi e Edoardo Truglia (CDV Roma), quinte Caterina Dall’Olio e Camilla Di Tillo (Svagamente).

NACRA 15

Quattro regate anche per i Nacra 15 con equipaggi misti e risultati altalenanti a dimostrazione di un campo di regata di non facile lettura. In testa i campioni del mondo Youth 2024 Lorenzo Sirena e Alice Dessy, a pari punti con Alessandro Vargiu e Margot Grace Fedeli (WC Cagliari). Terzi i campioni locali Enrica Morelli e Stefano Troiano (Svagamente). Quarto posto per Vincenzo Sebastiani e Marta Fiorenza (Svagamente) e quinti Leonardo Vascellari e Maria Eleonora Bandel (WC Cagliari).

RSFEVA

Quattro prove per entrambe le batterie del doppio giovanissimi, flotta coloratissima e sempre con grande entusiasmo. In testa Amerigo Bottura e Silvia Bonucci (CV Ravennate), secondi Mario Montanari e Domenico Bazzani (CV Ravennate) terzi Emma Bert e Achille Angelini (FV Riva), quarto posto per Leone Diego Severi e Vittorio Collini (YC Rimini) e quinti Luca Soprani e Luca Zamboni (CV Ravennate). In serata la giornata si è chiusa con uno degli incontri in programma come eventi collaterali, il Convegno all’Anfiteatro Marina sul tema Sostenibilità degli eventi FIV, relatori Alessandro Pavone, presidente Circolo Nautico Pescara, e Giancarlo Odoardi, ambientalista e giornalista.

ATHLETIC GREEN RACE 2024: LA REGATA DELLA SOSTENIBILITA

Venerdì 6 settembre durante gli Italiani Giovanili delle classi in Doppio 2024, l’Assonautica Pescara Chieti in collaborazione con il consorzio tra Circolo Nautico Pescara 2018, Lega Navale Italiana – sezione di Pescara e ASD Svagamente, e con il patrocinio della FIV IX Zona, organizza la prima edizione di un evento di sensibilizzazione alla tutela dell’ambiente marino e all’uso sempre più responsabile e ridotto della plastica. Venerdì dalle ore 9 alle 11, prima di scendere in acqua, tutti gli atleti potranno raccogliere la plastica o rifiuti che si trovano nelle aree di preparazione delle barche e nelle zone circostanti (la banchina del Marina di Pescara, la spiaggia della Lega Navale Italiana e quella di Svagamente). Gli atleti consegneranno la plastica e i rifiuti raccolti ai giudici di Assonautica Pescara Chieti, si provvederà alla pesatura e alla predisposizione di una classifica Athletic Green Race 2024. E domenica 8 nel corso della premiazione dei Campionati Italiani Giovanili delle classi in Doppio 2024 saranno premiati i primi 3 equipaggi “campioni della sostenibilità.” Prossimi eventi: venerdì 6 sempre alle 19 e sempre all’Anfiteatro Marina il Convegno su D’annunzio e il mare, con Giordano Bruno Guerri, presidente fondazione del Vittoriale e il professore Andrea Lombardinilo giornalista e presidente fondazione MuMi Francavilla. Infine, sabato 7 stessa ora e location il terzo incontro sarà il Convegno dedicato all’evoluzione della vela e dello sport giovanile a Pescara, con gli eventi sportivi della Settimana dannunziana. Relatori Alessandra Berghella, vicepresidente CONI Abruzzo e FIV IX Zona Abruzzo. Tutte le sere nei pressi del FIVillage, cuore dell’evento, ci sarà musica per i giovani concorrenti. La premiazione è in programma domenica 8 settembre pomeriggio.

FIVILLAGE

Tutte le Regate FIV adottano formati e componenti aggiuntive secondo standard definiti. Tra questi il FIVillage, una struttura autonoma e itinerante che verrà utilizzata in occasione degli Eventi FIV dislocati sul territorio nazionale. Composto da un palco con maxischermo e una serie di stand di sponsor, partner e occasioni di animazione e servizi per gli atleti e il pubblico, il villaggio itinerante rappresenta uno spazio di aggregazione per i regatanti, gli accompagnatori e il pubblico, nonché una vetrina per gli sponsor.




LE TERRE DEL GUERRIERO

Capestrano la Capitale Italiana del Third Stream

Capestrano, 6 settembre 2024. Nel cuore del Parco Nazionale Gran Sasso-Laga e della Valle del Tirino, Capestrano, domina uno scenario ambientale, culturale e geologico di rara bellezza: un locus amoenus che accoglie il fiume Tirino, uno dei più limpidi d’Europa, attenzionato più volte da testate nazionali ed internazionali importanti (ultima in ordine di tempo THE GUARDIAN).

Cultura, archeologia, arte, tradizioni, architettura, natura, storia, ambientazioni da favola, sono le caratteristiche che rendono questo angolo d’Abruzzo una destinazione turistica di sempre crescente interesse. Proprio in questo scorcio d’Abruzzo, prende vita un Partenariato Speciale Pubblico Privato composto da: Comune di Capestrano; CAAM – Centro di Ateneo di Archeometria e Microanalisi, Università degli Studi G. d’Annunzio Chieti-Pescara e DiLASS, Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali, Università degli Studi G. d’Annunzio Chieti-Pescara, Il Bosso Soc. Coop., Il Bosso Formazione Soc. Coop., Ud’Anet Srl, Pegaso Srl. che ha ricevuto un finanziamento attraverso il fondo complementare P.N.R.R. Misura B2.2. per il progetto: Le Terre del Guerriero .

Parco Turistico Culturale Diffuso e Digitale di Capestrano: Turismo, Cultura, Arte, Paesaggio. Tecnologie, Restauri, Allestimento e digitalizzazione per una fruizione integrata, inclusiva e sostenibile. L’obiettivo del progetto è quello di ridar vita e contenuti a quelli che sono veri e propri Monumenti Culturali, Ambientali, Geologici e Paesaggistici del territorio di Capestrano, creando opportunità anche occupazionali.

Tra le diverse azioni del progetto c’è anche quello della creazione di una Dimora Artistica presso il Convento di San Giovanni da Capestrano (XV sec.) per lo sviluppo di un laboratorio creativo, di musica, teatro, archeologia nel quale passato e presente convivono in sintonia, un incubatore di idee permanente, che prenderanno vita nell’organizzazione di International summer e winter school, masterclass e workshop con importanti nomi del panorama artistico mondiale. Dal 4 al 7 settembre 2024 si terrà il primo evento ad inaugurare la Dimora Artistica, The (R)evolution of ‘Third Stream, un workshop su un genere musicale in grado di compiere una sintesi tra la classica ed il jazz, dove l’improvvisazione è una componente fondamentale.

A tenere il workshop sarà il Maestro Orbert Davis direttore della Chicago Jazz Philharmonic e trombettista di fama internazionale con la collaborazione musicale del M° Carlo Morena. Questo percorso musicale proseguirà negli anni per far diventare Capestrano la Capitale italiana per il Third Stream.

La collaborazione tra la Cooperativa IL BOSSO e la Chicago Jazz Philharmonic è stata avviata nel 2022, grazie alla mediazione di un professionista e management musicale Cocò Bucci, trasferitosi da circa 30 anni negli Stati Uniti. L’iniziativa vede il patrocinio ed il supporto logistico del Conservatorio A. Casella dell’Aquila, del Centro Studi San Giovanni da Capestrano e della Proloco di Capestrano. L’edizione 2024 si concluderà sabato 7 settembre, con una visita guidata al borgo di Capestrano, a cura della Pro Loco e con il concerto finale in Piazza Mercato. Ad esibirsi M° Orbert Davis insieme alla Big Band del Conservatorio A. Casella dell’Aquila diretta dal M° Massimiliano Caporale.




LA GRANDE FESTA DELL’EQUINOZIO D’AUTUNNO

Immersi nel bosco e raggiungibili a piedi, il Villaggio dei Folletti e il Villagio degli gnomi sono caratterizzati da case, casette, personaggi fantastici, un Troll e una Pietra Parlante

Roccaraso, 6 settembre 2024. Dopo lo straordinario successo della Festa Internazionale degli Gnomi, un altro evento fantastico della Compagnia teatrale I Guardiani dell’Oca sabato 7 e domenica 8 settembre per la Grande Festa dell’Equinozio d’Autunno.

È il passaggio dall’estate all’autunno, un momento molto particolare, magico, denso di significato e di simboli, in cui la natura si tinge di colori caldi e profondi e si prende ispirazione e forza dai propri sogni. Gnomi, elfi, fate, folletti, nani e troll ti aspettano presso il Bosco delle Meraviglie Parco Tematico Fantastico a Roccaraso in località Aremogna – Pallottolieri.

Il parco, inaugurato lo scorso 9 settembre 2023, realizzato dal GAL Abruzzo Italico Alto Sangro, sostenuto dalla Regione Abruzzo con la Misura 19 del PSR 2014–2022 e cofinanziato dal fondo UE FEASR è la riproduzione di un luogo immaginario ambientato in una rigogliosa faggeta nella nota località dell’Alto Sangro.

Questo il programma:

SABATO 7 SETTEMBRE 2024

Ore 11.00 Apertura dell’arco magico e accoglienza del piccolo popolo

Ore 11.30 Apertura del villaggio dei folletti e degli gnomi e dei giochi silvestri

DALLE 11.30 ALLE 13.30 E DALLE 15.30 ALLE 18.30

I PASTICCI DELLE GNOME – LABORATORI CREATIVI

VILLAGGIO DEI FOLLETTI Trintrillo – Bastone sonoro da folletto

rabdomante; FarfaToma – Farfalla automa amica di folletto Tittino

VILLAGGIO DEGLI GNOMI Olme&ma – Olelito alla menta o olelito al

rosmarino? Scopri a cosa servono nell’ erbario gnomico e crea il tuo; Gufandolo –

Gufi di pigna ben augurali per affrontare l’ invernata

Ore 12.00 Apertura della Baita Paradiso – A pranzo con gli Gnomi

DALLE 12.30 IN POI PASSATEMPI DEGLI GNOMI – Giochi del piccolo

popolo (Villaggio dei Folletti – villaggio degli gnomi)

DALLE 13.00 ANIMAZIONE NEI VILLAGGI CON I PERSONAGGI DEL

PICCOLO POPOLO.

Ore 14.00 Soffio di Fata – Maria Elena Comperti

Ore 15.00 La Strega Bruttarella – Spettacolo con attori e pupazzi – Teatro Verde

Roma – (Villaggio degli gnomi)

Ore 16.00 La storia di una Bolla D’aria

Ore 17.00 Storie all’improvviso – Villaggio dei folletti

Dalle 16.30 alle 18.30 Il Bosco delle Meraviglie – Spettacolo itinerante- Partenza a

turni presso il Villaggio dei Folletti

Ore 19.00 Baita Paradiso – A cena con gli Gnomi

ORE 20.00 Il soffio dell’unicorno – SPETTACOLO ITINERANTE

NOTTURNO (Con supplemento)

Partenza Villaggio degli Gnomi. (I Guardiani dell’oca).

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2024:

Ore 11.00 Apertura dell’arco magico e accoglienza del piccolo popolo

Ore 11.30 Apertura del villaggio dei folletti e degli gnomi e dei giochi silvestri

DALLE 11.30 ALLE 13.30 E DALLE 15.30 ALLE 18.30

I PASTICCI DELLE GNOME – LABORATORI CREATIVI

VILLAGGIO DEI FOLLETTI

Fiondola – Fionda per dispetti da folletti

Giragirasole – Gioco da folletti: Girasole girevole

VILLAGGIO DEGLI GNOMI

Oleolanda – Oleolito alla lavanda dell’ erbario gnomico

Piantala – Cosa coltivano gli gnomi per prepararsi all’ inverno? Vieni a scoprirlo

Ore 12.00 Apertura della Baita Paradiso – A pranzo con gli Gnomi

Ore 12.30 Soffio di Fata

DALLE 12.30 IN POI PASSATEMPI DEGLI GNOMI – Giochi del piccolo

popolo (Villaggio dei Folletti – Villaggio degli gnomi)

DALLE 13.00 ANIMAZIONE NEI VILLAGGI CON I PERSONAGGI DEL

PICCOLO POPOLO.

Ore 14.00 Il Drago cosetto – Bolle di sapone – Fata Maria Elena

Ore 15.00 Lo gnomo e la pentola d’oro – Spettacolo con attori e pupazzi – Teatro

Verde Roma – (Villaggio degli gnomi)

Ore 16.00 La storia di una Bolla D’aria

Ore 16.30 Ti racconto una storia – Teatro Verde – (Villaggio dei folletti)

Dalle 16.30 alle 18.30 Il Bosco delle Meraviglie – Spettacolo itinerante- Partenza a

turni presso il Villaggio dei Folletti

Ore 19.00 Baita Paradiso – A cena con gli Gnomi

ORE 20.00 Ballo collettivo dell’arrivederci – con Gnomi, Elfi e Folletti.

Per raggiungere il Bosco si può arrivare comodamente con la seggiovia di Pizzalto o

percorrendo il sentiero che parte da località Pallottieri. (ROCCARASO (AQ) – loc.

AREMOGNA – coordinate: 41.82532280381784, 14.02938109525224).

È consigliato un abbigliamento adatto, con scarpe da trekking e kway. Il percorso a

piedi dura circa 15 minuti; è un po’ ripido, ma piacevole e con calma e un pizzico di

energia, si arriva senza problemi! Per mangiare a pochi passi dal Bosco c’è la Baita

Paradiso, il luogo perfetto per una pausa gustosa.




PREMIO ERMINIO SIPARI

Premiazione della seconda edizione e presentazione dell’inventario

Pescasseroli, 6 settembre 2024. Avrà luogo a partire dalle 10:30 di Sabato 7 settembre 2024, a Pescasseroli, presso Palazzo Sipari la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Premio intitolato a Erminio Sipari, artefice e primo presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo (oggi Abruzzo, Lazio e Molise).

La Giuria, presieduta dal Prof. Carlo Alberto Graziani e composta da docenti universitari ed esperti, ha stabilito quanto segue: per la sezione riservata alle opere a stampa sul tema della conservazione della natura sono risultati primi, ex aequo, Emilio Bartolini, autore del libro “La riserva mancata – Il Padule di Fucecchio tra crisi ambientale e difficile tutela (1970-1989)”, e Corradino Guacci, che ha pubblicato “Storie di uomini, orsi e lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo delle origini. 1921-1933”.

Il premio relativo alla sezione dedicata alle tesi di laurea è stato vinto da Giulia Gentile, con lo “Studio della struttura genetica di popolazione della lontra eurasiatica (Lutra Lutra) nel Parco Nazionale del Cilento tramite tecniche di genetica non invasiva”. Infine, per la sezione “Giovani, ambiente e sviluppo sostenibile” si è classificato al primo posto l’elaborato “Sulle tracce della linea Gustav” proposto dagli studenti del Corso CAT (Costruzione, Ambiente e Territorio) dell’Istituto Patini – Liberatore di Castel di Sangro (AQ).

Meritevole di speciale menzione il progetto ORSO GUARD, un interessante dispositivo di sicurezza che, tramite radiofrequenza, agevola la convivenza tra umani e orsi. Tale lavoro, svolto da un gruppo di studenti dell’Istituto omnicomprensivo   di Popoli (PE), denota, sia nei ragazzi sia nei docenti che li hanno seguiti nell’elaborazione del progetto, un livello tecnologico ed una capacità creativa considerevole.

La Fondazione Erminio e Zel Sipari Onlus pubblicherà a breve il bando per la terza edizione del Premio.

Nel corso della giornata la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Abruzzo e del Molise presenterà l’inventario dell’archivio Sipari, dichiarato di interesse storico particolarmente importante dalla Soprintendenza nel 2008.  Il progetto di riordino ed inventariazione dell’ importante archivio, i cui documenti ripercorrono oltre duecento anni di storia della famiglia Sipari,  è stato finanziato dalla Direzione Generale Archivi nel 2022.

Due nuclei distinti ma integrati compongono l’archivio: il primo comprende la documentazione della famiglia e le attività legate all’industria armentizia, il secondo è relativo all’attività dell’ingegnere Erminio Sipari che si adoperò per la modernizzazione e lo sviluppo del territorio attraverso la costruzione di impianti idroelettrici a Pescasseroli e in altri centri abruzzesi. Sipari è considerato un antesignano del concetto di tutela e valorizzazione, della natura e dell’ambiente.

Eletto alla Camera dei deputati nel 1913 fu tra i sostenitori dell’approvazione della legge 778 dell’11 giugno 1922 “per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”, promossa da suo cugino Benedetto Croce. 

All’evento interverranno, tra gli altri, il Direttore Generale Archivi, Antonio Tarasco, e Giuseppina Rigatuso, Soprintendente archivistica e bibliografica dell’Abruzzo e del Molise che presenterà il progetto di riordino e inventariazione dell’archivio.




PRESENTAZIONE LIBRO PROF. ENZO FIMIANI

Sabato, 7 settembre 2024 alle ore 18 Sala Buozzi

Giulianova, 6 settembre 2024. Il 10 giugno 1924, poco più di cento anni orsono, fu barbaramente trucidato dai fascisti Giacomo Matteotti, deputato oppositore del fascismo nato a Fratta Polesine nel 1885. Matteotti aveva aderito da giovane al socialismo ed era stato soprannominato “Tempesta” per il carattere battagliero.

Nel 1924 tenne un celebre discorso alla Camera per denunciare le violenze del fascismo e, per rappresaglia, una squadra di camicie nere lo rapì e lo uccise. Si finge di ignorare che il delitto fosse stato ordinato personalmente da Mussolini, ma la vicenda provocò una grave crisi. Il governo sembrava sul punto di cadere, ma grazie a questo odioso delitto, invece, riuscì a riprendere il controllo della situazione e poté instaurare la dittatura vera e propria.

Nel centenario del crimine, esso è ritenuto un punto di svolta nella storia d’Italia e Matteotti è considerato un martire della libertà. Nonostante vi sia oggi chi ritiene che il fascismo sia morto e sepolto e che le cose avvenute cento anni fa appartengano a un passato remoto irripetibile, rispondiamo che chi non ha memoria del passato è destinato  purtroppo a ripeterlo.

Il fascismo, invece, in Italia, è alle porte, rimodellato da scelte sclerate del Governo Meloni che puntano allo smantellamento della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza Partigiana. Proprio per l’attualità dell’uccisione di Matteotti, la Sezione ANPI di Giulianova promuove un incontro-dibattito “colloquiando con l’autore”, in occasione della presentazione di un recentissimo libro del Prof. Enzo Fimiani dal titolo  “Un’idea di Matteotti un secolo dopo”.




PADRE SIMONE DA CASTILENTI AL PARAGUAY

Come Tour Operator siamo lieti di segnalare questo importante evento che avrà luogo nella Valle del Fino, in Abruzzo

Castilenti, 6 settembre 2024. L’incredibile storia che ha ispirato il film The Mission vincitore della Palma d’oro al 39º Festival di Cannes e con la splendida colonna sonora del Maestro Ennio Morricone. Nel cast Robert De Niro, Jeremy Irons, Liam Neeson.

Sabato 7 Settembre 2024, ore 16:30 ex Convento Santa Maria di Monte Oliveto, Castilenti

Incontro pubblico sul tema: Padre Simone Mascetta da Castilenti al Paraguay, seguirà la presentazione della Monografia Padre Simone l’abruzzese che difese i Guarani, autore Antonio Di Donato